Biografia di Raffaello tratta dalle "VITE" di Giorgio Vasari
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Per
che seguitando egli ancora fece una sala, dove di terretta erano
alcune figure di Apostoli et altri santi in tabernacoli; e per
Giovanni da Udine suo discepolo, il quale per contrafare animali
è unico e solo, fece in ciò tutti quegli animali che Papa Leone
aveva, il cameleonte, i zibetti, le scimie, i papagalli, i lioni,
i liofanti e gli altri animali stratti. Et inoltre che di
grot|tesche e vari pavimenti egli tal palazzo abbellí assai,
diede ancora disegno alle scale papali et alle logge cominciate
bene da Bramante architettore, ma rimase imperfette per la morte
di quello e seguite poi col nuovo disegno et architettura di
Raffaello, che ne fece un modello di legname con maggiore ordine
et ornamento che non aveva fatto Bramante.
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Perché
volendo Papa Leone mostrare la grandezza della magnificenzia e
generosità sua, Raffaello fece i disegni degli ornamenti di
stucchi e delle storie che vi si dipinsero e similmente de'
partimenti; et allo stucco et alle grottesche fece capo di quella
opera Giovanni da Udine, e per le figure Giulio Romano, ancora
che poco vi lavorasse, cosí Giovan Francesco, il Bologna, Perin
del Vaga, Pellegrino da Modona, Vincenzio da San Gimignano e
Polidoro da Caravaggio, con molti altri pittori che feciono
storie e figure et altre cose che scadevano per tutto quel lavoro.
Il
quale fece egli finire con tanta perfezzione, che sino da
Fiorenza fece condurre il pavimento da Luca della Robbia. Onde
certamente non può per pitture, stucchi, ordine, invenzioni piú
belle né farsi, né imaginarsi di fare. E fu cagione la bellezza
di questo lavoro che Raffaello ebbe carico di tutte le cose di
pittura et architettura che si facevano in palazzo.
Dicesi
ch'era tanta la cortesia in Raffaello, che coloro che muravano,
perché egli accomodasse gli amici suoi, non tirarono la muraglia
tutta soda e continuata, ma lasciarono sopra le stanze vecchie da
basso alcune aperture e vani da potervi riporre botti, vettine e
legne, le quali buche e vani fecero indebilire i piedi della
fabbrica sí, che è stato forza che si riempia da poi, perché
tutta cominciava ad aprirsi. Egli fece fare a Gian Barile in
tutte le porte e | palchi di legname cose d'intaglio, lavorate e
finite con bella grazia.
Diede
disegni d'architettura alla vigna del papa, et in Borgo a piú
case e particularmente al palazzo di Messer Giovan Batista da
l'Aquila, il quale fu cosa bellissima. Ne disegnò ancora uno al
Vescovo di Troia, il quale lo fece fare in Fiorenza nella via di
San Gallo. Fece a' monaci neri di San Sisto in Piacenza la tavola
dello altar maggiore, dentrovi la Nostra Donna con San Sisto e
Santa Barbara, cosa veramente rarissima e singulare. Fece in
Francia molti quadri e particularmente per il re San Michele che
combatte col Diavolo, tenuto cosa maravigliosa. Nella quale opera
fece un sasso arsiccio per il centro della terra che fra le
fessure di quello usciva fuori alcuna fiamma di fuoco e di solfo;
et in Lucifero incotto et arso nelle membra con incarnazione di
diverse tinte si scorgeva tutte le sorte della collera che la
superbia invelenisce e gonfia contra chi opprime la grandezza di
chi è privo di regno dove sia pace, e certo di avere a·pprovare
continovamente pena. Il contrario si scorge nel San Michele, che
ancora che e' sia fatto con aria celeste acompagnato dalle armi
di ferro e di oro, gli dà bravura e forza e terrore, avendo già
fatto cader Lucifero, e quello con una zagaglia abbatte a
rovescio, senza che egli è dipinto d'una maniera che tanto
quanto l'angelo getta splendore; tanto piú cresce e multiplica
paura e tenebre guardando Lucifero, che l'uno e l'altro fu
talmente fatto da lui che egli ne ebbe dal re onoratissimo premio.
Ritrasse Beatrice Ferrarese et altre donne e particularmente
quella sua et altre infinite.
Era
Rafaello persona molto amorosa et affezzionata alle donne, e di
continuo presto a i servigi loro.
La
qual cosa era cagione che, continuando egli i diletti carnali,
era con rispetto da' suoi grandissimi amici osservato, | per
essere egli persona molto sicura. Onde facendogli Agostin Ghigi,
amico suo caro, allora ricchissimo mercante sanese, dipignere nel
palazzo suo la prima loggia, egli non poteva molto attendere a
lavorare per lo amore che e' portava ad una sua donna; per il che
Agostino si disperava di sorte, che per via d'altri e da sé, e
di mezzi ancora, operò sí che appena ottenne che questa sua
donna venne a stare con esso in casa continuamente, in quella
parte dove Rafaello lavorava, il che fu cagione che il lavoro
venisse a fine.
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Fece
in questa opera tutti i cartoni e molte figure colorí di sua
mano in fresco.
E
nella volta fece il concilio degli iddei in cielo; dove si
veggono nelle loro forme abiti e lineamenti cavati da lo antico,
con bellissima grazia e disegno espressi; e cosí fece le nozze
di Psiche con ministri che servon Giove e le Grazie che spargono
i fiori per la tavola; e ne' peducci della volta fece molte
storie, fra le quali in una è Mercurio col flauto, che volando
par che scenda da 'l cielo, et in un'altra è Giove con gravità
celeste che bacia Ganimede; e cosí di sotto nell'altra il carro
di Venere e le Grazie che con Mercurio tirano al ciel Pandora, e
molte altre storie poetiche negli altri peducci. E negli spicchi
della volta, sopra gl'archi fra peduccio e peduccio, sono molti
putti che scortano bellissimi, che volando portano tutti gli
strumenti de gli dèi: di Giove il fulmine e le saette, di Marte
gli elmi, le spade e le targhe, di Vulcano i martelli, di Ercole
la clava e la pelle del lione, di Mercurio il caduceo, di Pan la
sampogna, di Vertunno i rastri della agricultura. Et a tutti ha
fatto gli animali appropriati secondo gli dèi: pittura e poesia
veramente bellissima.
Fecevi
fare da Giovanni da Udine un ricinto intorno alle storie d'ogni
sorte fiori, foglie e frutte in festoni divini. Fece | l'ordine
delle architetture delle stalle de' Ghigi, et ancora nella chiesa
di Santa Maria del Popolo l'ordine della cappella di Agostino
sopradetto. La quale oltra il dipignerla, diede ordine che d'una
maravigliosa sepoltura s'adornasse; dove a Lorenzetto scultor
fiorentino fece lavorar due figure, che sono ancora in casa sua
al Macello de' Corbi in Roma. Ma la morte di Rafaello e poi
quella di Agostino fu cagione che tal cosa si desse a Sebastian
Veniziano, che fino al presente la tiene coperta.
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Era
Rafaello dal nome e dall'opre tanto in grandezza venuto, che Leon
X ordinò che egli cominciasse la sala grande di sopra, dove sono
le vittorie di Gostantino, alla quale egli diede principio; e
similmente venne volontà al papa di far panni d'arazzi
ricchissimi d'oro e di seta in filaticci; per che Rafaello fece
in propria forma e grandezza di tutti di sua mano i cartoni della
medesima grandezza coloriti, i quali furono mandati in Fiandra a
tessersi, e finiti vennero a Roma.
La
quale opera fu tanto miracolosamente condotta che di gran
maraviglia è il vedere come sia possibile avere sfilato i
capegli e le barbe e dato morbidezza alle carni; opera certo piú
tosto di miracolo che d'artificio umano, perché in essi sono
acque, animali, casamenti e talmente ben fatti che non tessuti,
ma paiono veramente fatti col pennello. Costò tale opra LXX mila
scudi, e sono ancora conservati nella cappella papale.
Fece
al Cardinale Colonna un S. Giovanni in tela, il quale portandogli
per la bellezza sua grandissimo amore e trovandosi da una
infirmità percosso, gli fu domandato in dono da Messer Iacopo da
Carpi medico, che lo guarí; e per averne egli voglia, a se
medesimo lo tolse parendogli aver seco obligo infinito et ora si
ritrova in Fiorenza nelle mani di Francesco Benintendi. Dipinse a
Giu|lio Cardinale de' Medici e vicecancelliere una tavola della
Trasfigurazione di Cristo per mandare in Francia, la quale egli
di sua mano, continuamente lavorando, ridusse ad ultima
perfezzione. Nella quale storia figurò Cristo trasfigurato nel
Monte Tabor et appiè di quello erano rimasti gli undici
discepoli che lo aspettavano; dove si vede condotto un giovanetto
spiritato acciò che Cristo sceso de 'l monte lo liberi, il quale
giovanetto mentre che con attitudine scontorta si prostende
gridando e stralunando gli occhi, mostra il suo patire dentro
nella carne, nelle vene e ne' polsi contaminati dalla malignità
dello spirto e con pallida incarnazione fa quel gesto forzato e
pauroso. Questa figura fece egli sostenere da un vecchio che,
abbracciatola e preso animo, fatto gli occhi tondi con la luce in
mezzo, mostra con lo alzare le ciglia et increspar la fronte in
un tempo medesimo e forza e paura. Pure mirando gli Apostoli fiso
pare che sperando in loro, faccia animo a se stesso. Èvvi una
femina fra molte, la quale è principale figura di quella tavola
che inginocchiata dinanzi a quegli, voltando la testa loro et il
tutto delle braccia verso lo spiritato, mostra la miseria di
colui. Oltra che gli Apostoli chi ritto e chi a sedere, altri
ginocchioni mostrano avere grandissima compassione di tanta
disgrazia. E nel vero egli vi fece figure e teste, oltra la
bellezza straordinaria, tanto di nuovo e di vario e di bello, che
si fa giudizio commune de gli artefici che questa opera, fra
tante quante egli ne fece, sia la piú celebrata, la piú bella e
la piú divina.
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Avvenga
che chi vuol conoscere il mostrare in pittura Cristo trasfigurato
alla divinità lo guardi in questa opera, nella quale egli lo
fece sopra questo monte diminuito in una aria lucida con Mosè et
Elia, che alluminati da una chiarezza di splendore | si fanno
vivi nel lume suo. Sono prostrati in terra Pietro, Iacopo e
Giovanni, in diverse e varie attitudini: che chi atterra col capo
e chi con fare ombra a gli occhi con le mani si difendono da'
raggi del sole e da la immensa luce dello splendore di Cristo; il
quale vestito di color di neve et aprendo le braccia, con alzare
la testa a 'l Padre, pare che mostri la essenzia della deità di
tutte tre le Persone unitamente ristrette nella perfezzione della
arte di Rafaello. Il quale pare che tanto si ristrignesse insieme
con la virtú sua, per mostrare lo sforzo et il valor dell'arte
nel volto di Cristo, che finitolo, come ultima cosa che a ·ffare
avesse, non toccò piú pennelli, sopragiugnendoli la morte.
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Aveva
Rafaello stretta e domestica amicizia con Bernardo Divizio
Cardinale di Bibbiena, il quale per le qualità sue molto
l'amava, e però lo infestava già molti anni per dargli moglie,
et egli non la recusava, ma diceva volere ancora aspettare
quattro anni. Laonde lasciò il cardinale passare il tempo e
ricordollo a Rafaello, che già non se lo aspettava, et egli
vedendosi obligato, come cortese non volle mancare della parola
sua e cosí accettò per donna la nipote di esso cardinale. E
perché sempre fu malissimo contento di questo laccio, andava
mettendo tempo in mezzo, sí che molti mesi passarono, che 'l
matrimonio non s'era ancora consumato per Rafaello.
E
ciò faceva egli non senza onorato proposito, perché, avendo
tanti anni servito la corte et essendo creditore di Leone di
buona somma, gli era stato dato indizio che alla fine della sala,
che per lui si faceva, in ricompensa delle fatiche e delle virtú
sue, il papa gli avrebbe dato un cappello rosso, che già
infinito numero il papa aveva deliberato far cardinali, e persone
manco degne di lui. Però egli di nuovo in luogo im|portante
andava di nascosto a' suoi amori. E cosí continuando fuor di
modo i piaceri amorosi, avvenne ch'una volta fra l'altre disordinò
piú del solito, perché a casa se ne tornò con una grandissima
febbre e fu creduto da' medici che fosse riscaldato. Onde non
confessando egli quel disordine che aveva fatto, per poca
prudenza, loro gli cavarono sangue; di maniera che indebilito si
sentiva mancare, là dove egli aveva bisogno di ristoro.
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Per
il che fece testamento e prima come cristiano mandò l'amata sua
fuor di casa e le lasciò modo di vivere onestamente; e divise le
cose sue fra' discepoli suoi, Giulio Romano, il quale sempre amò
molto, Giovan Francesco Fiorentino detto il Fattore, et un non so
chi prete da Urbino suo parente.
Ordinò
poi che de le sue facultà in Santa Maria Ritonda si restaurasse
un tabernacolo di quegli antichi di pietre nuove et uno altare si
facesse con una statua di Nostra Donna di marmo, la quale per sua
sepoltura e riposo dopo la morte s'elesse; e lasciò ogni suo
avere a Giulio e Giovan Francesco, faccendo essecutore Messer
Baldassarre da Pescia, allora datario del papa.
Poi
confesso e contrito finí il corso della sua vita il giorno
medesimo ch'e' nacque, che fu il Venerdí Santo d'anni XXXVII,
l'anima del quale è da credere che come di sue virtú ha
imbellito il mondo, cosí abbia di se medesima adorno il cielo.
Gli
misero alla morte al capo nella sala, ove lavorava, la tavola
della Trasfigurazione che aveva finita per il cardinale de'
Medici, la quale opera nel vedere il corpo morto e quella viva,
faceva scoppiare l'anima di dolore a ognuno che quivi guardava.
La quale tavola per la perdita di Rafaello fu messa dal cardinale
a San Pietro a Montorio allo altar maggiore; e fu poi sempre per
la rarità d'ogni suo gesto in gran pregio tenuta.
Fu
da|ta al corpo suo quella onorata sepoltura che tanto nobile
spirito aveva meritato, perché non fu nessuno artefice che
dolendosi non piagnesse et insieme alla sepoltura non
l'accompagnasse.
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Dolse
ancora sommamente la morte sua a tutta la corte del papa, prima
per avere egli avuto in vita uno officio di cubiculario et
appresso per essere stato sí caro al papa che la sua morte
amaramente lo fece piagnere.
O
felice e beata anima, da che ogn'uomo volentieri ragiona di te e
celebra i gesti tuoi et ammira ogni tuo disegno lasciato! Ben
poteva la pittura, quando questo nobile artefice morí, morire
anche ella che quando egli gli occhi chiuse, ella quasi cieca
rimase.
Ora
a noi che dopo lui siamo, resta imitare il buono, anzi ottimo
modo, da lui lasciatoci in esempio e come merita la virtú sua e
l'obligo nostro, tenerne nell'animo graziosissimo ricordo e farne
con la lingua sempre onoratissima memoria. Che invero noi abbiamo
per lui l'arte, i colori e la invenzione unitamente ridotti a
quella fine e perfezzione che appena si poteva sperare, né di
passar lui già mai si pensi spirito alcuno. Et oltre a questo
beneficio che e' fece all'arte, come amico di quella, non restò
vivendo mostrarci come si negozia con li uomini grandi, co'
mediocri e con gl'infimi.
E
certo fra le sue doti singulari ne scorgo una di tal valore che
in me stesso stupisco: che il cielo gli dette forza di poter
mostrare ne l'arte nostra uno effetto sí contrario alle
complessioni di noi pittori.
E
questo è che naturalmente gli artefici nostri, non dico solo i
bassi, ma quelli che hanno umore d'esser grandi (come di questo
umore l'arte ne produce infiniti), lavorando ne l'opere in
compagnia di Rafaello stavano uniti e di concordia tale, che
tutti i mali umori nel veder lui si amorzavano et ogni vile e
basso pensiero cadeva loro di | mente. La quale unione mai non fu
piú in altro tempo che nel suo.
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Questo
avveniva perché restavano vinti dalla cortesia e dall'arte sua,
ma piú dal genio della sua buona natura.
La
quale era sí piena di gentilezza e sí colma di carità, che
egli si vedeva che fino agli animali l'onoravano, nonché gli
uomini. Dicesi che ogni pittore che conosciuto l'avessi, et anche
chi non lo avesse conosciuto, lo avessi richiesto di qualche
disegno che gli bisognasse, egli lasciava l'opera sua per
sovvenirlo. E sempre tenne infiniti in opera aiutandoli et
insegnandoli con quello amore che non ad artefici, ma a figliuoli
proprii si conveniva.
Per
la qual cagione si vedeva che non andava mai a corte che partendo
di casa non avesse seco cinquanta pittori tutti valenti e buoni
che gli facevono compagnia per onorarlo. Egli insomma non visse
da pittore, ma da principe. Per il che, o Arte della pittura, tu
pur ti potevi allora stimare felicissima avendo un tuo artefice
che di virtú e di costumi t'alzava sopra il cielo!
Beata
veramente ti potevi chiamare, da che per l'orme di tale uomo
hanno pur visto gli allievi tuoi come si vive e che importi
l'avere accompagnato insieme arte e virtute; le quali in Rafaello
congiunte, potettero sforzare la grandezza di Giulio II e la
generosità di Leone X nel sommo grado e degnità che egli erono
a farselo familiarissimo et usarli ogni sorte di liberalità,
talché poté co 'l favore e con le facultà che gli diedero fare
a sé et a l'arte grandissimo onore. Beato ancora si può dire
chi stando a' suoi servigi sotto lui operò, perché ritrovo
ognuno che lo imitò essersi a onesto porto ridotto e cosí
quegli che imiteranno le sue fatiche nell'arte saranno onorati
dal mondo, e ne' costumi santi lui somigliando remunerati dal
cielo. Ebbe Rafaello dal Bembo questo epitaffio: |
DATVR
OMNIBVS MORI
RAPHAELI
SANCTIO IOANNIS FILIO VRBINATI PICTORI EMINENTISSIMO VETERVMQVE
EMVLO CVIVS SPIRANTEIS PROPE IMAGINEIS SI CONTEMPLERE NATVRAE
ATQVE ARTIS FOEDVS FACILE INSPEXERIS. IVLII II ET LEONIS X
PONTIFICVM MAXIMORVM PICTVRAE ET ARCHITECTVRAE OPERIBVS GLORIAM
AVXIT. VIXIT ANNOS XXXVII INTEGER INTEGROS. QVO DIE NATVS EST, EO
ESSE DESIIT VIII IDVS APRILES MDXX.
ILLE
HIC EST RAPHAEL, TIMVIT QVO SOSPITE VINCI
RERVM
MAGNA PARENS, ET MORIENTE MORI.
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Et
il conte Baldassarre Castiglione scrisse de la sua morte in
questa maniera:
Quod
lacerum corpus medica sanaverit arte,
Hippolytum
Stigiis et revocarit aquis,
Ad
Stygias ipse est raptus Epidaurius undas;
Sic
precium vitae mors fuit artifici.
Tu
quoque, dum toto laniatam corpore Romam
Componis
miro, Raphael, ingenio
Atque
Urbis lacerum ferro, igni annisque cadaver
Ad
vitam antiquum iam revocasque decus,
Movisti
superum, invidiam indignataque Mors est,
Te
dudum extinctis reddere posse animam
Et
quod longa dies paulatim aboleverat, hoc te
Mortali
spreta lege parare iterum.
Sic
miser heu prima cadis intercepte iuventa,
Deberi
et morti nostraque nosque mones. |