Biografia di Raffaello tratta dalle "VITE" di Giorgio Vasari

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Sonvi ritratti di naturale tutti i piú famosi et antichi e moderni poeti che furono e che erano fino al suo tempo, i quali furono cavati parte da statue, parte da medaglie e molti da pitture vecchie et ancora di naturale mentre che erano vivi da lui medesimo.

 

E per cominciarmi da un capo, qui vi è Ovidio, Virgilio, Ennio, Tibullo, Catullo, Properzio et Omero, e tutte in un groppo le nove Muse et Apollo con tanta bellezza d'arie e divinità nelle figure, che grazia e vita spirano ne' fiati loro. Èvvi la dotta Safo et il divinissimo Dante, il leggiadro Petrarca e lo amoroso Boccaccio, che vivi vivi sono; et il Tibaldeo et infiniti altri moderni. La quale istoria è fatta con molta grazia e finita con diligenzia.

 

Fece in un'altra parete un cielo con Cristo e la Nostra Donna, San Giovanni Batista, gli Apostoli e gli Evangelisti, i Martiri su le nugole con Dio Padre, che sopra tutti manda lo Spirito Santo a un numero infinito di santi che sotto scrivono la Messa; e sopra l'Ostia, che è sullo altare, disputano. Fra i quali sono i | quattro Dottori della Chiesa, e intorno hanno infiniti santi. Èvvi Domenico, Francesco, Tomaso d'Aquino, Buonaventura, Scoto, Nicolò de Lira, Dante, fra' Girolamo da Ferrara e tutti i teologi cristiani et infiniti ritratti di naturale; et in aria sono quattro fanciulli che tengono aperti gli Evangeli. Delle quali figure non potrebbe pittore alcuno formar cosa piú leggiadra, né di maggior perfezzione, avvenga che nell'aria et in cerchio son figurati que' santi a sedere, che nel vero, oltra al parer vivi di colori, scortano di maniera e sfuggono che non altrimenti farebbono s'e' fussino di rilievo.

 

 

 

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Oltra che sono vestiti diversamente, con bellissime pieghe di panni e l'arie delle teste piú celesti che umane, come si vede in quella di Cristo, la quale mostra quella clemenzia e quella pietà che può mostrare a gli uomini mortali divinità di cosa dipinta. Avvenga che Rafaello ebbe questo dono dalla natura di far l'arie sue delle teste dolcissime e graziosissime, come ancora ne fa fede la Nostra Donna che messesi le mani al petto, guardando e contemplando il Figliuolo, pare che non possa dinegar grazia; senza che egli riservò un decoro certo bellissimo, mostrando nell'arie de' santi Patriarci l'antichità, negli Apostoli la semplicità e ne' Martiri la fede.

 

Ma molto piú arte et ingegno mostrò ne' santi e Dottori cristiani, i quali a sei, a tre, a due disputando per la storia, si vede nelle cere loro una certa curiosità et uno affanno nel voler trovare il certo di quel che stanno in dubbio, faccendone segno col disputar con le mani e col far certi atti con la persona, con attenzione degli orecchi, con lo increspare delle ciglia e con lo stupire in molte diverse maniere, certo variate e proprie, salvo che i quattro Dottori della Chiesa che, illuminati dallo Spirito Santo, snodano e ri|solvono con le Scritture Sacre tutte le cose de gli Evangeli, che sostengano que' putti che gli hanno in mano volando per l'aria.

 

 

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Fece nell'altra faccia, dove è l'altra finestra, da una parte Giustiniano che dà le leggi a i dottori che le corregghino, e sopra la Temperanza, la Fortezza e la Prudenza.

 

Dall'altra parte fece il papa che dà le decretali canoniche, e vi ritrasse Papa Giulio di naturale; Giovanni Cardinale de' Medici assistente, Antonio Cardinale di Monte et Alessandro Farnese Cardinale, ora, la Dio grazia, Sommo Pontefice, con altri ritratti.

 

Restò il papa di questa opera molto sodisfatto, e per fargli le spalliere di prezzo, come era la pittura, fece venire da Monte Oliveto di Chiusuri, luogo in quel di Siena, fra' Giovanni da Verona, allora gran maestro di commessi di prospettive di legno, il quale vi fece non solo le spalliere che attorno vi erano, ma ancora usci bellissimi e sederi lavorati in prospettive; i quali grandissima grazia, premio et onore gli acquistarono col papa. E certo che in tal magisterio mai non fu piú nessuno piú valente di disegno e d'opera che fra' Giovanni, come ne fa fede ancora in Verona sua patria una sagrestia di prospettive di legno bellissima in Santa Maria in Organo, il coro di Monte Oliveto di Chiusuri e quel di San Benedetto di Siena et ancora la sagrestia di Monte Oliveto di Napoli, e nel luogo medesimo nella cappella di Paolo da Tolosa il coro lavorato da lui; per il che meritò che dalla religion sua fosse stimato e con grandissimo onor tenuto, il quale morí in quella d'età d'anni LXVIII l'anno MDXXXVII.

 

E di costui come di persona veramente eccellente e rara ho qui voluto far menzione, parendomi che cosí meritasse la sua virtú. Ma per tornare a Rafaello, creb|bero le virtú sue di maniera ch'e' seguitò, per commissione del papa, la camera seconda verso la sala grande. Et egli, che nome grandissimo aveva acquistato, ritrasse in questo tempo Papa Giulio in un quadro a olio, tanto vivo e verace, che faceva temere il ritratto a vederlo, come se proprio egli fosse il vivo, la quale opera è oggi in Santa Maria del Popolo, con un quadro di Nostra Donna bellissimo, fatto medesimamente in questo tempo, dentrovi la Natività di Iesú Cristo, dove è la Vergine che con un velo cuopre il Figliuolo, il quale è di tanta bellezza che nella aria della testa e per tutte le membra dimostra essere vero figliuolo di Dio. E non manco di quello è bella la testa et il volto di essa Madonna, conoscendosi in lei oltra la somma bellezza, allegrezza e pietà. Èvvi un Giuseppo che, appoggiando ambe le mani ad una mazza, pensoso in contemplare il Re e la Regina del Cielo, sta con una ammirazione da vecchio santissimo. Et amendue questi quadri si mostrano le feste solenni. Aveva acquistato in Roma Rafaello in questi tempi molta fama; et ancora che egli avesse la maniera gentile da ognuno tenuta bellissima, con tutto che egli avesse veduto tante anticaglie in quella città e che egli studiasse continovamente, non aveva però per questo dato ancora alle sue figure una certa grandezza e maestà che e' diede loro da qui avanti. Perché vi venne in questo tempo che Michele Agnolo fece al papa nella cappella quel romore e paura, come diremo nella vita sua, onde fu sforzato fuggirsi a Fiorenza; per il che avendo Bramante la chiave della cappella, a Rafaello, come amico, la fece vedere, acciò che i modi di Michele Agnolo comprendere potesse. Onde tal vista fu cagione che in Santo Agostino sopra la Santa Anna di Andrea Sansovino in Roma Rafaello subito rifece di nuovo lo | Esaia profeta che ci si vede, che di già lo aveva finito. La quale opera per le cose vedute di Michele Agnolo migliorò et ingrandí fuor di modo la maniera e diedeli piú maestà. Perché, nel veder poi Michele Agnolo l'opera di Rafaello, pensò che Bramante com'era vero, gli avesse fatto quel male inanzi per fare utile e nome a Rafaello.

 

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Era in questo tempo a Roma Agostin Chisi mercante sanese ricchissimo e grande, il quale oltra a la mercatura teneva conto di tutte le persone virtuose e massime de gli architetti, pittori e scultori, e fra gli altri aveva preso grandissima amicizia con Rafaello, al quale per lassar nome nelle memorie di quell'arte come fece nella mercatura e ricchezze, fece allogazione d'una cappella all'entrata della chiesa di Santa Maria della Pace a man destra entrando in chiesa dalla porta principale; che, fatto fare i ponti Rafaello e finito i cartoni, la condusse lavorata in fresco nella maniera nuova et alquanto piú magnifica e grande che egli aveva presa di nuovo. Figurò Rafaello in tal pittura, avanti che la cappella di Michelagnolo si discopresse publicamente, alcuni profeti e sibille che nel vero delle sue cose è tenuta la miglior e, fra le tante belle, bellissima; perché nelle femmine e ne i fanciulli che vi sono v'è grandissima vivacità e colorito perfetto. E questa opera lo fé stimar grandemente vivo e morto. Poi, stimolato da' prieghi d'un cameriere di Papa Giulio, dipinse la tavola dello altar maggiore di Araceli, nella quale fece una Nostra Donna in aria, con un paese bellissimo, un San Giovanni et un San Francesco, e San Girolamo ritratto da cardinale; nella qual Nostra Donna è una umiltà e modestia veramente da Madre di Cristo; et il putto è con bella attitudine scherzando col manto della Madonna; conoscesi nella figura di San Giovanni quella penitenza che | suole fare il digiuno, e nella testa si scorge una sincerità d'animo et una prontezza di sicurtà, come in coloro che lontani dal mondo lo sbeffano e nel praticare il publico odiano la bugia e dicono la verità. Simile è nel San Girolamo che ha una testa elevata con gli occhi alla Nostra Donna, tutta contemplativa, ne' quali par che ci accenni tutta quella dottrina e sapienzia che egli scrivendo mostrò ne le sue carte, offerendo con ambe le mani il cameriero, e par che egli lo raccomandi, il quale nel suo ritratto è non men vivo che si sia dipinto. Né mancò Rafaello fare il medesimo nella figura di San Francesco, il quale ginocchioni in terra, con un braccio steso e con la testa elevata, guarda in alto la Nostra Donna, ardendo di carità nello affetto della pittura, la quale nel lineamento e nel colorito mostra che e' si strugga di affezzione, pigliando conforto e vita da 'l mansuetissimo guardo della bellezza di lei e da la vivezza e bellezza del Figliuolo. Fecevi Rafaello un putto ritto in mezzo della tavola sotto la Nostra Donna, che alza la testa verso lei e tiene uno epitaffio, che di bellezza di volto e di corrispondenza della persona non si può fare né piú grazioso né meglio, oltre che v'è un paese che in tutta perfezzione è singulare e bellissimo. Dappoi, continuando le camere di palazzo, fece una storia del Miracolo del Sacramento del corporale d'Orvieto o di Bolsena, che eglino si dichino. Nella quale storia si vede mentre che il prete dice messa, nella sua testa infocata di rosso, la vergogna che egli aveva nel veder per la sua incredulità fatto liquefar l'Ostia in sul corporale e che spaventato ne gli occhi e fuor di sé e smarrito nel cospetto de' suoi uditori, par persona inrisoluta. E si conosce nell'attitudine delle mani quasi il tremito e lo spavento che mercé della colpa gli si debbe dalla punizione con la | pena. Fecevi Rafaello intorno molte varie e diverse figure, chi serve a la messa, altri stanno su per una scala ginocchioni, che alterate dalla novità del caso fanno bellissime attitudini in diversi gesti, esprimendo in molte uno affetto di rendersi in colpa, tanto ne' maschi, quanto nelle femmine, fra le quali ve n'è una che a piè della storia da basso siede in terra tenendo un putto in collo, la quale sentendo il ragionamento che mostra un'altra di dirle il caso successo al prete, maravigliosamente si storce mentre che ella ascolta ciò, con una grazia donnesca molto propria e vivace.

 

 

 

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Finse da l'altra banda Papa Giulio ch'ode quella messa, cosa maravigliosissima, dove ritrasse il Cardinale di San Giorgio et infiniti; e nel rotto della finestra accomodò una salita di scalee che la storia mostra intera, anzi pare che, se il vano di quella finestra non vi fosse, quella non stava punto bene.

 

Laonde veramente si gli può dar vanto che nelle invenzioni de i componimenti di che storie si fossero, nessuno già mai piú di lui nella pittura è stato accomodato et aperto e valente; come mostrò ancora in questo medesimo luogo dirimpetto a questa in una storia quando San Piero nelle mani d'Erode in pregione è guardato da gli armati, dove tanta è l'architettura che ha tenuto in tal cosa e tanta la discrezione nel casamento della prigione, che invero gli altri appresso a lui hanno piú di confusione ch'egli non ha di bellezza; cercando di continuo figurare le storie come elle sono scritte e farvi dentro cose garbate et eccellenti, come mostra in questa l'orrore della prigione nel veder legato fra que' due armati con le catene di ferro quel vecchio, il gravissimo sonno nelle guardie, il lucidissimo splendor dell'angelo nelle scure tenebre della notte luminosamente far discernere tutte le minuzie delle carcere e vivacissimamente risplen|dere nell'armi di coloro, che i lustri paressino bruniti piú che se fussino di pittura.

 

 

 

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Né meno arte e ingegno è nello atto quando egli, sciolto da le catene, esce fuor di prigione accompagnato dall'angelo, dove mostra nel viso San Piero piú tosto d'essere un sogno che visibile, come ancora si vede terrore e spavento in altre guardie che, armate fuor della prigione, sentono il romore della porta di ferro, et una sentinella con una torcia in mano desta gli altri, e mentre con quella fa lor lume reflettano i lumi della torcia in tutte le armi, e dove non percuote quella serve un lume di luna. La quale invenzione, avendola fatta Rafaello sopra la finestra, viene a esser quella facciata piú scura, avvenga che quando si guarda tal pittura ti dà il lume nel viso e contendono tanto bene insieme la luce viva con quella dipinta co' diversi lumi della notte, che ti par vedere il fumo della torcia, lo splendor dell'angelo con le scure tenebre della notte sí naturali e sí vere, che non diresti mai che ella fussi dipinta, avendo espresso tanto propriamente sí difficile imaginazione. Qui si scorgono nell'arme l'ombre, gli sbattimenti, i reflessi e le fumosità del calor de' lumi lavorati con ombra sí abbacinata, che invero si può dire che egli fosse il maestro de gli altri. E, per cosa che contrafaccia la notte piú simile di quante la pittura ne facesse già mai, questa è la piú divina e da tutti tenuta la piú rara.

 

Egli fece ancora, in una delle pareti nette, il culto divino e l'arca de gli Ebrei et il candelabro e Papa Giulio che caccia l'avarizia de la Chiesa, storia di bellezza e di bontà simile alla notte detta di sopra.

 

Nella quale istoria si veggono alcuni ritratti di palafrenieri, che vivevano allora, i quali in su la sedia portano Papa Giulio veramente vivissimo.

 

Al quale mentre che alcuni popoli e femmine fanno luogo perché e' passi, si vede | la furia d'uno armato a cavallo, il quale accompagnato da due appiè, con attitudine ferocissima, urta e perquote il superbissimo Eliodoro, che per comandamento di Antioco vuole spogliare il tempio di tutti i depositi de le vedove e de' pupilli, e già si vede lo sgombro delle robe et i tesori che andavano via, ma per la paura del nuovo accidente di Eliodoro abbattuto e percosso aspramente da i tre predetti che, per essere ciò visione, da lui solamente sono veduti e sentiti, si veggono traboccare e versare per terra, cadendo chi gli portava per un subito orrore e spavento che era nato in tutte le genti di Eliodoro.

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Et appartato da questi si vede il Santissimo Onia Pontefice, pontificalmente vestito, con le mani e con gli occhi al cielo, ferventissimamente orare, afflitto per la compassione de' poverelli che quivi perdevano le cose loro et allegro per quel soccorso che dal ciel sente sopravenuto. Veggonsi oltra ciò, per bel capriccio di Rafaello, molti saliti sopra i zoccoli del basamento et abbracciatisi alle colonne, con attitudini disagiatissime, stare a vedere; et un popolo tutto attonito in diverse e varie maniere, che aspetta il successo di questa cosa. Nella volta poi che vi è sopra fece quattro storie: l'apparizione di Dio ad Abraam nel promettergli la moltiplicazione del seme suo, il sacrificio d'Isac, la scala di Iacob e 'l rubo ardente di Moisè, nella quale non si conosce meno arte, invenzione, disegno e grazia che nelle altre cose lavorate di lui.

 

Mentre che la felicità di questo artefice faceva di sé tante gran maraviglie, la invidia della fortuna privò de la vita Giulio II, il quale era alimentatore di tal virtú et amatore d'ogni cosa buona. Laonde fu poi creato Leon X, il quale volle che tale opera si seguisse, e Rafaello ne salí con la virtú in cielo e ne trasse cortesie infinite avendo incontrato in un principe sí grande, il quale per eredità | di casa sua era molto inclinato a tale arte. Per il che Rafaello si mise in cuore di seguire tale opera e nell'altra faccia fece la venuta d'Atila a Roma e lo incontrarlo appiè di Monte Mario che fece Leon III Pontefice, il quale lo cacciò con le sole benedizzioni.

 

 

 

 

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Fece Rafaello in questa storia San Pietro e San Paulo in aria con le spade in mano, che vengono a difender la Chiesa.

 

E se bene la storia di Leon III non dice questo, egli per capriccio suo volse figuralla forse cosí, come interviene molte volte che con le pitture come con le poesie si va vagando, per ornamento dell'opera, non si discostando però per modo non conveniente dal primo intendimento.

 

Vedesi in quegli Apostoli quella fierezza et ardire celeste che suole il giudizio divino molte volte mettere nel volto de' servi suoi per difender la santissima religione.

 

E ne fa segno Atila, in sun un cavallo nero balzano e stellato in fronte, bellissimo quanto piú si può, il quale con attitudine spaventosa alza la testa e volta la persona in fuga; sonvi cavalli bellissimi e massime un gianetto macchiato, che è cavalcato da una figura, la quale ha tutto lo ignudo coperto di scaglie a guisa di pesce, il che è ritratto da la Colonna Traiana, nella quale son i popoli armati in quella foggia. E si stima ch'elle siano arme fatte di pelle di coccodrilli. Èvvi Monte Mario che abruccia, mostrando che nel fine della partita de' soldati gli aloggiamenti patiscano di ciò. Ritrasse ancora di naturale alcuni mazzieri che accompagnano il papa, i quali son vivissimi e cosí i cavalli dove son sopra et il simile la corte de' cardinali et alcuni palafrenieri che tengono la chinea dove è a cavallo sopra in pontificale, ritratto non men vivo che gli altri, Leon X e molti cortigiani, cosa leggiadrissima da vedere a proposito in tale opera et utilissima a l'arte nostra, massimamente per quegli | che di tali cose son digiuni. In questo medesimo tempo fece a Napoli una tavola, la quale fu posta in San Domenico nella cappella dove è il Crocifisso che parlò a S. Tomaso d'Aquino; dentro vi è la Nostra Donna, San Girolamo vestito da cardinale et uno angelo Rafaello ch'accompagna Tobia.

 

 

 

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Lavorò un quadro al signor Leonello da Carpi, il quale fu miracolosissimo di colorito e di bellezza singulare, atteso che egli è condotto di forza e d'una vaghezza tanto leggiadra, che io non penso che e' si possa far meglio; vedendosi nel viso della Nostra Donna una divinità e ne la attitudine una modestia che non è possibile migliorarla.

 

Finse che ella a man giunte adori il Figliuolo che le siede in su le gambe, facendo carezze a San Giovanni piccolo fanciullo, il quale lo adora insieme con Santa Elisabetta e Giuseppo.

 

Questo quadro è oggi appresso il reverendissimo Cardinale di Carpi, della pittura e scultura amator grandissimo. Et essendo stato creato Lorenzo Pucci, Cardinale di Santi Quattro, sommo penitenziere, ebbe grazia con esso che egli facesse per San Giovanni in Monte di Bologna una tavola, la quale è oggi locata nella cappella, dove è il corpo della Beata Elena da l'Olio, nella quale opera mostrò quanto la grazia nelle delicatissime mani di Rafaello potesse insieme con l'arte.

 

Èvvi una Santa Cecilia che, a un coro in cielo d'angeli abbagliati, sta a udire il suono et è data in preda alla armonia, vedendosi nella sua testa quella astrazzione che si vede nelle teste di coloro che sono in estasi; oltra che sono esparsi per terra instrumenti musici che non dipinti, ma vivi e veri si conoscono, e similmente alcuni suoi veli e vestimenti di drappi d'oro e di seta, e sotto quelli un ciliccio maraviglioso.

 

Èvvi un San Paulo che posato il braccio destro in su la spada ignuda e la testa posta | appoggiata alla mano, dove si vede espressa la considerazione della sua scienzia, non meno che l'aspetto della sua fierezza conversa in gravità; vestito d'un panno rosso semplice per mantello e tonica verde sotto quello, alla apostolica, e scalzo. Èvvi una Santa Maria Maddalena che tiene in mano un vaso di pietra finissima, in un posar leggiadrissimo e svoltando la testa par tutta allegra in una vivezza della sua converzione, che certo in quel genere penso che meglio non si potesse fare; cosí le teste di Santo Agostino e di S. Giovanni Evangelista.

 

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E nel vero che l'altre pitture da quei che l'hanno dipinte, pitture nominare si possono, ma quelle di Rafaello vive: perché trema la carne, vedesi lo spirito, battono i sensi alle figure sue e vivacità viva vi si scorge; per il che questo li diede, oltra le lodi che aveva, piú nome assai.

 

Laonde furono però fatti a suo onore molti versi e latini e vulgari, de' quali metterò questi soli per non far piú lunga storia di quel che mi abbi fatto:

 

 

Pingant sola alii referantque coloribus ora;

Caeciliae os Raphael atque animum explicuit.

 

 

Fece ancora dopo questo un quadretto di figure piccole, oggi in Bologna medesimamente in casa il Conte Vincenzio Arcolano, dentrovi un Cristo a uso di Giove in cielo e d'attorno i quattro Evangelisti, come gli descrive Ezecchiel; uno a guisa di uomo e l'altro di leone e quello d'aquila e di bue, con un paesino sotto figurato per la terra, non meno raro e bello nella sua piccolezza che sieno l'altre cose sue nelle grandezze loro. A Verona mandò della medesima bontà un quadro in casa i Conti da Canossa, et a Bindo Altoviti fece il ritratto suo quando era giovane, che è tenuto stupendissimo.

 

E similmente un | quadro di Nostra Donna che egli mandò a Fiorenza nelle sue case, cosa bellissima. Avendo egli in quello fatto una Santa Anna vecchissima a sedere, la quale porge alla Nostra Donna il suo Figliuolo di tanta bellezza ne l'ignudo e nelle fattezze del volto, che nel suo ridere rallegra chiunche lo guarda; senza che Rafaello mostrò nel dipignere la Nostra Donna tutto quello che di bellezza si possa fare nell'aria di una vergine, dove sia accompagnata negli occhi modestia, nella fronte onore, nel naso grazia e nella bocca virtú, senza che l'abito suo è tale che mostra una semplicità et onestà infinita. E nel vero non penso per una tanta cosa si possa veder meglio. Èvvi un San Giovanni a sedere ignudo et un'altra santa ch'è bellissima anch'ella. Cosí per campo vi è un casamento, dove egli ha finto una finestra impannata che fa lume alla stanza dove le figure son dentro.

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Fece in Roma un quadro di buona grandezza, nel quale ritrasse Papa Leone, il Cardinale Giulio de' Medici et il Cardinale de' Rossi, nel quale si veggono non finte, ma di rilievo tonde le figure; quivi è il velluto che ha il pelo, il domasco addosso a quel papa, che suona e lustra; e le pelli della fodera son morbide e vive, gli ori e le sete contrafatti sí, che non colori ma oro e seta paiono.

 

Vi è un libro di carta pecora miniato che piú vivo si mostra che la vivacità, un campanello d'argento lavorato che maraviglia è a voler dire quelle parti che vi sono.

 

Ma fra l'altre una palla della seggiola brunita e d'oro nella quale, a guisa di specchio, si ribattono (tanta è la sua chiarezza) i lumi delle finestre, le spalle del papa et il rigirare delle stanze; e sono tutte queste cose condotte con tanta diligenzia, che credasi pure e sicuramente che maestro nessuno di questo meglio non faccia, né abbia a fare.

 

La quale opera fu cagione che il papa di pre|mio grande lo rimunerò, e questo quadro si trova ancora in Fiorenza nella guardaroba del duca. Fece similmente il Duca Lorenzo e 'l Duca Giuliano con perfezzione non piú da altri che da esso dipinta nella grazia del colorito, i quali sono appresso a gli eredi di Ottaviano de' Medici in Fiorenza.

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Laonde di grandezza fu la gloria di Rafaello accresciuta e de' premii parimente, perché per lasciare memoria di sé fece murare un palazzo a Roma in Borgo Nuovo, che Bramante lo fece condurre di getto.

 

Avvenne in questo tempo che la fama di questo mirabile artefice fino in Fiandra et in Francia era passata; per che Alberto Durero tedesco, pittore mirabilissimo et intagliatore di rame di bellissime stampe, divenne tributario delle sue opere a Raffaello et e' gli mandò la testa d'un suo ritratto condotta da lui a guazzo su una tela di bisso, che da ogni banda mostrava parimente e senza biacca i lumi trasparenti, se non con acquerelli di colori era tinta e macchiata, e de' lumi del panno aveva campato i chiari, la quale cosa parve maravigliosa a Raffaello, per che egli gli mandò molte carte disegnate di man sua, le quali furono carissime ad Alberto. Era questa testa fra le cose di Giulio Romano, ereditario di Raffaello in Mantova. Perché avendo veduto Raffaello lo andare nelle stampe d'Alberto Durero, volenteroso ancor egli di mostrare quel che in tale arte poteva, fece studiare Marco Antonio Bolognese in questa pratica infinitamente, il quale riuscí tanto eccellente che fece stampare le prime cose sue: la carta de gli Innocenti, un Cenacolo, il Nettunno e la Santa Cecilia quando bolle nell'olio.

 

Fece poi Marco Antonio per Rafaello un numero di stampe, le quali Rafaello donò poi al Baviera suo garzone, ch'aveva cura d'una sua donna, la quale Rafaello amò sino alla mor|te e di quella fece un ritratto bellissimo che pareva viva viva, il quale è oggi in Fiorenza appresso il gentilissimo Matteo Botti, mercante fiorentino, amico e familiare d'ogni persona virtuosa e massime de i pittori, tenuta da lui come reliquia per lo amore che egli porta all'arte e particularmente a Rafaello.

 

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Né meno di lui stima l'opere dell'arte nostra e gli artefici il fratello suo Simon Botti che, oltra lo esser tenuto da tutti noi per uno de' piú amorevoli che faccino benefizio a gli uomini di queste professioni, è da me particulare tenuto e stimato per il migliore e maggiore amico che a lungo si possa con isperimenti provare, oltra al giudizio buono che egli ha e mostra nelle cose dell'arte. Ma per tornare a le stampe, il favorire il Baviera fu cagione che si destassi poi Marco da Ravenna et altri infiniti, talché le stampe in rame fecero, de la carestia loro, quella copia ch'al presente veggiamo.

 

Per che Ugo da Carpi che d'invenzione aveva il cervello in cose ingegnose e fantastiche, trovò le stampe di legno, che con tre stampe si possa il mezzo, il lume e l'ombra contrafare, le carte di chiaro oscuro, la quale certo fu cosa di bella e capricciosa invenzione e di questa ancora è poi venuta abbondanza.

 

Egli fece per il monasterio di Palermo detto Santa Maria dello Spasmo, de' frati di Monte Oliveto, una tavola d'un Cristo che porta la croce, la quale è tenuta cosa maravigliosa, conoscendosi in quella la impietà de' crocifissori che lo conducevano a la morte a 'l Monte Calvario con grandissima rabbia, dove il Cristo, appassionatissimo nel tormento dello avvicinarsi alla morte, cascato in terra per il peso del legno della croce e bagnato di sudore e di sangue, si volta verso le Marie, che del dolore piangono dirottissimamente. Èvvi fra loro Veronica che stende le braccia | porgendoli un panno, con uno affetto di carità grandissima. Oltra che l'opera è piena di armati a cavallo et a piede, i quali sboccano fuora della porta di Gierusalemmo con gli stendardi della giustizia in mano, in attitudini varie e bellissime.

 

 

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Questa tavola, finita de 'l tutto, ma non condotta ancora a 'l suo luogo, fu vicinissima a capitar male, con ciò sia che e' dicono che, essendo ella messa in mare per portarla in Palermo, una orribile tempesta percosse ad uno scoglio la nave che la portava, di maniera che tutta si aperse e si perderono gli uomini e le mercanzie, eccetto questa tavola solamente che, cosí incassata come era, fu portata dal mare in quel di Genova; dove ripescata e tirata in terra, fu veduta essere cosa divina e per questo messa in custodia, essendosi mantenuta illesa e senza macchia o difetto alcuno, percioché sino alla furia de' venti e l'onde del mare ebbono rispetto alla bellezza di tale opera. Della quale, divulgandosi poi la fama, procacciarono i monaci di riaverla, et appena che co' favori stessi del papa ella fusse renduta loro, satisfacendo prima e bene a chi la aveva salvata.

 

Rimbarcatala dunque di nuovo e condottola pure in Sicilia, la posero in Palermo, nel quale luogo ha piú fama e riputazione che 'l monte di Vulcano.

 

Mentre che Rafaello lavorava queste opere, le quali non poteva mancare di fare, avendo a servire per persone grandi e segnalate, oltra che ancora per qualche interesse particulare e' non potesse disdire, non restava però con tutto questo di seguitare l'ordine che egli aveva cominciato de le camere del papa e delle sale. Nelle quali del continuo teneva delle genti che con i disegni suoi medesimi gli tiravano innanzi l'opera, e continuo rivedendole sopperiva con tutti quelli aiuti migliori che egli piú poteva ad un peso cosí fatto.

 

Non passò dun|que molto che egli scoperse la camera di Torre Borgia, nella quale aveva fatto in ogni faccia una storia, due sopra le finestre e due altre in quelle libere.

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Era in una lo Incendio di Borgo Vecchio di Roma, che non possendosi spegnere il fuoco, San Leone IIII si fa alla loggia di palazzo e con la benedizione lo estingue interamente: nella quale storia si vede diversi pericoli figurati, da una parte v'è femmine che dalla tempesta del vento, mentre elle portano acqua per ispegnere il fuoco con certi vasi in mano et in capo, sono aggirati loro i capegli et i panni con una furia terribilissima: oltre che molti si studiano a buttare acqua, i quali accecati dal fumo, non cognoscono se stessi.

 

Da l'altra parte v'è figurato, nel medesimo modo che Vergilio descrive che Anchise fu portato da Enea, un vecchio ammalato, fuor di sé per l'infermità e per le fiamme del fuoco; e vedesi nella figura del giovane l'animo e la forza et il patire di tutte le membra dal peso del vecchio abbandonato addosso a quel giovane.

 

Seguitalo una vecchia scalza e sfibbiata che viene fuggendo il fuoco et un fanciulletto gnudo, loro innanzi. Cosí da 'l sommo d'una rovina si vede una donna ignuda tutta rabbuffata la quale avendo il figliuolo in mano, lo getta ad un suo, che è campato da le fiamme e sta nella strada in punta di piede, a braccia tese per ricevere il fanciullo in fasce: dove non meno si conosce in lei l'affetto del veder di campare il figliuolo, che il patire di sé nel pericolo dello ardentissimo fuoco che la avvampa; né meno passione si scorge in colui che lo piglia, che si facci in lui il timore della morte. Né si può esprimere quello che si imaginò questo ingegnosissimo e mirabile artefice in una madre che, messosi i figlioli innanzi, scalza, sfibbiata, scinta e rabbaruffato il capo, con parte delle veste in mano, gli bat|te perché e' fugghino da la rovina e da quello incendio del fuoco. Oltre che vi sono ancor alcune femmine che, inginocchiate dinanzi al papa, pare che prieghino Sua Santità che faccia che tale incendio finisca.

L'altra storia è del medesimo San Leon IIII dove ha finto il porto di Ostia occupato da una armata di Turchi, che era venuta per farlo prigione.

 

 

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Veggonvisi i Cristiani combattere in mare l'armata e già al porto esser venuti prigioni infiniti che d'una barca escano tirati da certi soldati per la barba con bellissime cere e bravissime attitudini, e con una differenza di abiti da galeotti sono menati innanzi a San Leone che è figurato e ritratto per Papa Leone X. Dove fece Sua Santità in pontificale, in mezzo del Cardinale Santa Maria in Portico, ciò è Bernardo Divizio da Bibbiena, e Giulio de' Medici Cardinale che fu poi Papa Clemente.

 

Né si può contare minutissimamente invero le belle avvertenze che usò questo ingegnosissimo artefice nelle arie de' prigioni, che senza lingua si conosce il dolore, la paura e la morte, come fa fede in tutta l'opera quel che si vede dipinto, fatto con arte e giudizio grandissimo.

 

Sono nelle altre due storie quando Papa Leone X sagra il Re cristianissimo Francesco I di Francia; cantando la messa in pontificale Sua Santità benedice gli olii per ugnerlo et insieme la corona reale. Dove oltra il numero de' cardinali e vescovi in pontificale che ministrano, vi ritrasse molti ambasciatori et altre persone ritratte di naturale, e cosí certe figure con abiti alla franzese usatisi in quel tempo. Nell'altra storia fece la coronazione del detto re, nella quale è il papa et esso Francesco ritratti di naturale, l'uno armato e l'altro pontificalmente. Oltra che tutti i cardinali, vescovi, camerieri, scudieri, cubicularii, sono in | pontificale a' loro luoghi a sedere ordinatamente come costuma la cappella, ritratti di naturale, come Giannozzo Pandolfini Vescovo di Troia, amicissimo di Rafaello e molti altri che furono segnalati in quel tempo.

 

 

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E vicino al re è un putto ginocchioni che tiene la corona reale, che fu ritratto Ipolyto de' Medici, che fu poi cardinale e vicecancelliere, tanto pregiato et amicissimo non solo di questa virtú, ma di tutte le altre. Alle benignissime ossa del quale mi conosco molto obbligato, poiché il principio mio, quale egli si sia, ebbe origine da lui.

 

Non si può scrivere le minuzie delle cose di questo artefice, che invero ogni cosa nel suo silenzio par che favelli; oltra i basamenti fatti sotto a queste con varie figure di difensori e remuneratori della Chiesa, messi in mezzo da varii termini e condotto tutto d'una maniera, che ogni cosa mostra spirto et affetto e considerazione, con quella concordanzia et unione di colorito l'una con l'altra, che non si può imaginare non che fare.

 

E perché la volta di questa stanza era dipinta da Pietro Perugino suo maestro, Raffaello non la volse guastar per la memoria sua e per l'affezzione che egli gli portava, sendo stato principio del grado che egli teneva in tal virtú. Era tanta la grandezza di questo uomo che teneva disegnatori per tutta Italia, a Pozzuolo e fino in Grecia; né restò d'avere tutto quello che di buono per questa arte potesse giovare.

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