Michelangelo Biografia pag.4      Pagine  1 - 2 - 3 - 4

Né molto vi stette che fatto fu l'accordo de la guerra, et egli a Fiorenza ritornò per ordine di Baccio Valori, nel quale ritorno diede fine a una Leda in tavola lavorata a tempera, che era divina, la quale mandò poi in Francia per Anton Mini suo creato. Cominciò an|cora una figuretta di marmo per Baccio Valori, d'uno Apollo che cavava una freccia de 'l turcasso, acciò col favor suo fosse mezzano in fargli fare la pace col papa e con la casa de' Medici, la quale era da lui stata molto ingiuriata. E per la virtú sua meritò che gli fosse perdonato, atteso ch'egli era molto volto a cose brutte e contra di loro aveva promesso fare disegni e statue ingiuriose, in vituperio di chi gli aveva dato il primo alimento nella sua povertà. Dicono ancora che nel tempo dello assedio gli nacque occasione per la voglia che prima aveva d'un sasso di marmo di nove braccia venuto da Carrara, che per gara e concorrenza fra loro, Papa Clemente lo aveva dato a Baccio Bandinelli; ma per essere tal cosa del publico, Michele Agnolo la chiese al Gonfaloniere, e glielo diedero che facesse il medesimo, avendo già Baccio fatto il modello e levato di molta pietra per abbozzarlo. Onde fece Michele Agnolo un modello, il quale fu tenuto maraviglioso e cosa molto vaga. Ma nel ritorno de' Medici fu restituito a Baccio, perché a Michele Agnolo convenne andare a Roma a Papa Clemente. Il quale, benché ingiuriato da lui, come amico della virtú gli perdonò ogni cosa, e gli diede ordine che tornasse a Fiorenza e che la libreria e la sagrestia di San Lorenzo si finissero del tutto. E per abbreviare tale opera una infinità di statue che ci andavano compartirono in altri maestri. Egli n'allogò due al Tribolo, una a Raffaello da Monte Lupo et una a Giovan Agnolo già suto frate de' Servi, tutti scultori, e gli diede aiuto in esse faccendo a ciascuno i modelli in bozze di terra. Laonde tutti gagliardamente lavorarono et egli ancora alla libreria faceva attendere, onde si finí il palco di quella d'intagli in legnami con suoi modelli, i quali furono fatti per le mani del Ca|rota e del Tasso fiorentini eccellenti intagliatori e maestri, et ancora di quadro. E similmente i banchi de i libri lavorati allora da Batista del Cinque e Ciappino amico suo buoni maestri in quella professione. E per darvi ultima fine fu condotto in Fiorenza Giovanni da Udine divino, il quale per lo stucco della tribuna insieme con altri suoi lavoranti et ancora maestri fiorentini, vi lavorò. Laonde con sollecitudine cercarono di dare fine a tanta impresa.

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Perché, volendo Michele Agnolo far porre in opera le statue, in questo tempo al papa venne in animo di volerlo appresso di sé, avendo desiderio di fare la facciata della cappella di Sisto, dove egli aveva dipinto la volta a Giulio II. E già dato principio a' disegni, successe la morte di Clemente VII, la quale fu cagione che egli non seguitò l'opera di Fiorenza, la quale, con tanto studio cercandosi di finire, pure rimase imperfetta, perché i maestri che per essa lavoravano, furono licenziati da chi non poteva piú spendere.

Successe poi la felicissima creazione di Papa Paulo terzo Farnese, domestico et amico suo, il quale, sapendo che l'animo di Michele Agnolo era di finire la già cominciata opera in Roma da se medesimo per la ultima sua memoria, fattigli fare i ponti, diede ordine che tale opera si continuasse; e cosí gli fece fare provisione di danari per ogni mese, et ordine poi da potere tal cosa seguitare. Perché egli con grandissima voglia e sollecitudine fece fare, che non v'era prima, una scarpa di mattoni alla facciata di detta cappella, che da la sommità di sopra pendeva inanzi un mezzo braccio, acciò col tempo la polvere fermare non si potesse, né a essa nocere già mai. E cosí seguitando quella con sua comodità verso la fine andava. In questo tempo Sua Santità volse vedere la cappella, e perché il maestro | delle cerimonie usò prosunzione et entrovvi seco e biasimolla per li tanti ignudi, onde, volendosi vendicare, Michele Agnolo lo ritrasse di naturale nell'inferno nella figura di Minòs, fra un monte di diavoli.

 

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Avvenne in questo tempo ch'egli cascò di non molto alto dal tavolato di questa opera, e, fattosi male a una gamba, per lo dolore e per la collera da nessuno non volse essere medicato. Per il che, trovandosi allora vivo Maestro Baccio Rontini fiorentino, amico suo e medico capriccioso e di quella virtú molto affezzionato, venendogli compassione di lui gli andò un giorno a picchiare a casa, e non gli essendo risposto da' vicini né da lui, per alcune vie secrete cercò tanto di salire, che a Michele Agnolo di stanza in stanza pervenne, il quale era disperato. Laonde Maestro Baccio finché egli guarito non fu, non lo volle abbandonare già mai, né spiccarsegli dintorno. Egli di questo male guarito e ritornato all'opera, et in quella di continuo lavorando, in pochi mesi a ultima fine la ridusse, dando tanta forza alle pitture di tal opera, che ha verificato il detto di Dante: "Morti li morti e i vivi parean vivi". E quivi si conosce la miseria de i dannati e l'allegrezza de' beati. Onde, scoperto questo Giudizio, mostrò non solo essere vincitore de' primi artefici che lavorato vi avevano, ma ancora nella volta ch'egli tanto celebrata avea fatta, volse vincere se stesso, et in quella, di gran lunga passatosi, superò se medesimo, avendosi egli immaginato il terrore di que' giorni, dove egli fa rappresentare, per piú pena di chi non è ben vissuto, tutta la sua passione; faccendo portare in aria da diverse figure ignude la Croce, la colonna, la lancia, la spugna, i chiodi e la corona con diverse e varie attitudini molto difficilmente condotte a fine nella facilità loro. Evvi Cristo il qual, sedendo con faccia orribile e fie|ra, a i dannati si volge maladicendoli, non senza gran timore della Nostra Donna che, ristrettasi nel manto, ode e vede tanta ruina. Sonvi infinitissime figure che gli fanno cerchio di profeti, di Apostoli e particularmente Adamo e Santo Pietro, i quali si stimano che vi sien messi l'uno per l'origine prima delle genti al giudizio, l'altro per essere stato il primo fondamento della cristiana religione. A' piedi gli è un S. Bartolomeo bellissimo, il qual mostra la pelle scorticata, evvi similmente uno ignudo di S. Lorenzo, oltra che senza numero sono infinitissimi santi e sante et altre figure maschi e femmine intorno, appresso e discosto, i quali si abbracciano e fannosi festa avendo per grazia di Dio e per guidardone delle opere loro la beatitudine eterna. Sono sotto i piedi di Cristo i sette angeli scritti da Santo Giovanni Evangelista con le sette trombe che, sonando a sentenzia, fanno arricciare i capelli a chi gli guarda per la terribilità che essi mostrano nel viso, e fra gli altri vi son due angeli che ciascuno ha il libro delle vite in mano; et appresso, non senza bellissima considerazione, si veggono i sette peccati mortali da una banda combattere in forma di diavoli e tirar giú a lo inferno l'anime che volano al cielo con attitudini bellissime e scorti molto mirabili. Né ha restato nella resurressione de' morti mostrare il modo come essi de la medesima terra ripiglian l'ossa e la carne, e come da altri vivi aiutati vanno volando al cielo, che da alcune anime già beate è lor porto aiuto, non senza vedersi tutte quelle parti di considerazioni che a una tanta opera come quella si possa stimare che si convenga. Perché per lui si è fatto studii e fatiche d'ogni sorte, apparendo egualmente per tutta l'opera, e come chiaramente e particularmente ancora nella barca di Caronte si dimostra, il | quale, con attitudine disperata, l'anime tirate da i diavoli giú nella barca batte col remo, ad imitazione di quello che espresse il suo famigliarissimo Dante quando disse:

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Caron demonio, con occhi di bragia

Loro accennando, tutte le raccoglie;

Batte col remo qualunque si adagia.  

Né si può imaginare quanto di varietà sia nelle teste di que' diavoli, mostri veramente d'Inferno. Ne i peccatori si conosce il peccato e la tema insieme del danno eterno. Et oltra a ogni bellezza straordinaria è il vedere tanta opera sí unitamente dipinta e condotta, che ella pare fatta in un giorno e con quella fine che mai minio nessuno si condusse talmente. E nel vero la moltitudine delle figure, la terribilità e grandezza dell'opera è tale, che non si può descrivere, essendo piena di tutti i possibili umani affetti et avendogli tutti maravigliosamente espressi. Avvenga che i superbi, gli invidiosi, gli avari, i lussuriosi e gli altri cosí fatti si riconoschino agevolmente da ogni bello spirito, per avere osservato ogni decoro, sí d'aria, sí d'attitudini e sí d'ogni altra naturale circunstanzia nel figurarli. Cosa che se bene è maravigliosa e grande, non è stata impossibile a questo uomo, per essere stato sempre accorto e savio et aver visto uomini assai et acquistato quella cognizione con la pratica del mondo, che fanno i filosofi con la speculazione e per gli scritti. Talché, chi giudicioso e nella pittura intendente si trova, vede la terribilità dell'arte, et in quelle figure scorge i pensieri e gli affetti, i quali mai per altro che per lui non furono dipinti. Cosí vede ancora quivi come si fa il variare delle tante attitudini ne gli strani e diversi gesti di giovani, vecchi, maschi, femmine: ne i quali a chi non si mostra il terrore dell'arte insieme | con quella grazia che egli aveva da la natura? Perché fa scuotere i cuori di tutti quegli che non son saputi, come di quegli che sanno in tal mestiero. Vi sono gli scorti che paiono di rilievo, e con la unione, la morbidezza e la finezza nelle parti delle dolcezze da lui dipinte, mostrano veramente come hanno da essere le pitture fatte da' buoni e veri pittori. E vedesi ne i contorni delle cose girate da lui, per una via che da altri che da lui non potrebbono esser fatte, il vero giudizio e la vera dannazione e ressurressione. E questo nell'arte nostra è quello esempio e quella gran pittura mandata da Dio a gli uomini in terra, acciò che veggano come il fato fa quando gli intelletti dal supremo grado in terra descendono, et hanno in essi infusa la grazia e la divinità del sapere. Questa opera mena prigioni legati quegli che di sapere l'arte si persuadono, e nel vedere i segni da lui tirati ne' contorni di che cosa ella si sia, trema e teme ogni terribile spirto sia quanto si voglia carico di disegno. E mentre che si guardano le fatiche dell'opra sua, i sensi si stordiscono solo a pensare che cosa possono essere le altre pitture fatte e che si faranno, poste a tal paragone. Età veramente felice chiamar si puote e felicità della memoria di chi ha visto veramente stupenda maraviglia del secol nostro. Beatissimo e fortunatissimo Paulo III, poiché Dio consente che sotto la protezzion tua si ripari il vanto che daranno alla memoria sua e di te le penne de gli scrittori: quanto acquistano i meriti tuoi per le sue virtú? Certo fato bonissimo hanno a questo secolo nel suo nascere gli artefici, da che hanno veduto squarciato il velo delle difficultà di quello che si può fare et imaginare nelle pitture e sculture et architetture. Contempli ancora chi di maravigliare vuol finirsi, quante delle sue doti grandi abbia il cie|lo nel suo felicissimo ingegno infuso: le quali cose non solo consistono circa le difficultà dell'arte sua, ma fuor di quella, leggansi le bellissime canzoni e gli stupendi suoi sonetti, gravemente composti, sopra i quali i piú celebrati ingegni musici e poeti hanno fatto canti, e molti dotti le hanno comentate e lette publicamente nelle piú celebrate accademie di tutta Italia. Ha meritato ancora Michele Agnolo che la divina Marchesa di Pescara gli scriva, et opere faccia di lui cantando, et egli a lei un bellissimo disegno d'una Pietà mandò da lei chiestoli. Onde non pensi mai penna, o per lettere scritte, o per disegno da altri meglio che da lui essere adoperata, et il simile qualsivoglia altro stile o disegnatoio.

Sonsi veduti di suo in piú tempi bellissimi disegni, come già a Gherardo Perini amico suo, et al presente a Messer Tommaso de' Cavalieri romano, che ne ha de gli stupendi, fra i quali è un Ratto di Ganimede, un Tizio et una Baccanaria, che col fiato non si farebbe piú d'unione. Vegghinsi i suoi cartoni, i quali non hanno avuto pari, come ancora ne fanno fede pezzi sparsi qua e là, e particularmente in casa Bindo Altoviti in Fiorenza uno di sua mano disegnato per la cappella, e tutti quegli che furono veduti in mano d'Antonio Mini suo creato, i quali portò in Francia, insieme col quadro della Leda, ch'egli fece; e quello d'una Venere, che donò a Bartolomeo Bettini di carbone finitissimo; e quello d'un Noli me tangere, che fu fatto per il marchese del Vasto, finiti poi co' colori da Iacopo da Puntormo. Ma perché vado io cosí di cosa in cosa vagando? Basta sol dire questo, che dove egli ha posto la sua divina mano, quivi ha risuscitato ogni cosa e datole eternissima vita.

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Ma per tornare all'opera della cappella, finito ch'egli ebbe il Giudicio, gli donò il papa il porto del Po di Pia|cenza, il quale gli dà d'entrata DC scudi l'anno, oltre alle sue provisioni ordinarie. E finita questa, gli fu fatto allogazione d'un'altra cappella, dove starà il Sacramento, detta la Paulina, nella quale dipigne due storie: una di San Pietro, l'altra di San Paulo, l'una dove Cristo dà le chiavi a Pietro, l'altra la terribile conversione di Paulo. In questo medesimo tempo egli cercò di dar fine a quella parte, che della sepoltura di Giulio secondo aveva in essere; et in San Pietro in Vincola in Roma fece murare non spendendo mai il tempo in altro, che in esercizio dell'arte, né giorno né notte, et egli s'è di continuo visto pronto a gli studi, et il suo andar solo, mostra come egli ha l'animo carico di pensieri. Cosí egli in breve tempo due figure di marmo finí, le quali in detta sepoltura pose, che mettono il Moisè in mezzo; e bozzato ancora in casa sua, quattro figure in un marmo, nelle quali è un Cristo deposto di croce; la quale opera può pensarsi, che se da lui finita al mondo restasse, ogni altra opra sua da quella superata sarebbe per la difficultà del cavar di quel sasso tante cose perfette.

 

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Nelle azzioni di Michele Agnolo s'è sempre veduto religione, et in questo ultimo esemplo mirabile, ha fuggito il commerzio della corte quanto ha potuto; e solo domestichezza tenuto con quegli che o per le sue faccende hanno avuto bisogno di lui, o per termini di virtú veduti in loro è stato astretto amarli. A' parenti suoi ha sempre porto aiuto onestamente, ma non s'ha curato d'avergli intorno. S'è ancora curato molto poco avere per casa artefici del mestiero, e tuttavia in quel ch'ha potuto ha giovato ad ognuno. Truovasi che non ha mai biasmato l'opere altrui, se egli prima non è stato o morso o percosso. Ha fatto per principi e privati molti disegni d'architettura, come nella chiesa di San|ta Apollonia di Fiorenza, per avervi monaca una nipote, e cosí il disegno del Campidoglio, et a Luigi del Riccio suo domestico la sepoltura di Cecchino Bracci, e quella di Zanobi Montaguto disegnò egli perché Urbino le facesse. Garzoni pochi del mestiero ha tenuti; solo tenne un Pietro Urbano pistolese et Antonio Mini fiorentino, la partita del quale molto gli dolse, quando per capriccio se n'andò in Francia; tuttavia remunerò molto i suoi servigi donandogli que' disegni ch'io dissi di sopra, e la Leda, che aveva dipinta, la quale è oggi appresso il Re di Francia, e due casse di modegli lavorati di cera e di terra, i quali si smarrirono nella morte di lui in Francia. Prese in ultimo uno urbinate, il quale del continuo l'ha servito e governato, e sí da quello s'è trovato secondo l'animo suo sodisfatto, ch'è poco tempo ch'egli, ammalando, disse questo patire, perché giorno e notte governandolo non lo aveva abbandonato mai, e per essere egli vecchio fu questo dispiacere per terminargli la vita, nascendo questo da cordiale amore e da rispetto dell'obligo che gli pareva avere. Certamente si può far giudizio che di bontà d'animo, di prudenzia e di sapere nello esercizio suo, non l'abbia mai passato nessuno. E coloro tutti che a fantasticheria et a stranezza gli hanno attribuito l'allontanarsi da le pratiche, debbono scusarlo, perché veramente si può dire, che chi interamente vuole operare di perfezzione in tal mestiero, è sforzato quelle fuggire, perché la virtú vuol pensamento, solitudine e comodità, e non errare con la mente e disviarsi nelle pratiche. Cosí egli non ha mancato a se medesimo et ha giovato grandemente con lo affaticarsi a tutti gli artefici, e di onorati vestimenti ha sempre la sua virtú ornato, dilettatosi di bellissimi cavalli, perché essendo egli nato di nobilissimi cit|tadini ha mantenuto il grado, e mostrò il sapere di maraviglioso artefice.

 

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Dopo tante sue fatiche, già alla età di LXIII anni s'è condotto, e di continuo sino al presente con bellissime e savie risposte s'ha fatto conoscere com'uom prudente, e stato nel suo dire molto coperto et ambiguo, avendo le cose sue quasi due sensi, et usato di dire sempre che le poche pratiche fanno vivere l'uomo in pace, benché ciò in questo ultimo possa egli male osservare; atteso che la morte di Anton da San Gallo gli ha fatto pigliar la cura della fabrica di Farnese del palazzo di Campo di Fiore e di quella di San Pietro. Essendogli ragionato de la morte da un suo amico, dicendogli che doveva assai dolergli, sendo stato in continue fatiche per le cose dell'arte, né mai avuto ristoro, rispose che tutto era nulla perché se la vita ci piace, essendo anco la morte di mano d'un medesimo maestro quella non ci dovrebbe dispiacere. A un cittadino che lo trovò a Orto San Michele in Fiorenza, che s'era fermato a riguardare la statua del San Marco di Donato, e lo domandò quel che di quella figura gli paresse, Michele Agnolo rispose che non vide mai figura che avesse piú aria di uomo da bene di quella, e che se San Marco era tale, si gli poteva credere ciò che aveva scritto. Gli fu mostro un disegno e raccomandato un fanciullo, che allora imparava a disegnare, scusandolo alcuni che egli era poco tempo che s'era posto all'arte, rispose: "E' si conosce". Un simil motto disse a un pittore che avea dipinto una Pietà: che s'era portato bene, ch'ella era proprio una pietà a vederla. Intese che Sebastian Viniziano aveva a fare nella cappella di San Piero a Montorio un frate, e disse che gli guasterebbe quella opera; domandato de la cagione, rispose che avendo eglino guasto il mondo, che è si grande, non sarebbe gran fatto che guastassero una | cappella sí piccola. Aveva fatto un pittore una opera con grandissima fatica e penatovi molto tempo, e nello scoprirla aveva acquistato assai, fu domandato Michele Agnolo che gli parea del fattore di quella, rispose: "Mentre che costui vorrà esser ricco sarà del continuo povero". Uno amico suo, che già diceva messa et era religioso, capitò a Roma, tutto pieno di puntali e di drappi, e salutò Michele Agnolo, et egli s'infinse di non vederlo, perché fu l'amico sforzato fargli palese il suo nome; maravigliossi Michel Agnolo che fosse in quello abito, poi soggiunse quasi rallegrandosi: "O voi sete bello! se fosse cosí dentro, come io vi veggo di fuori, buon per l'anima vostra".

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Mentre che egli faceva finire la sepoltura di Giulio, fece a uno squadratore condurre un termine, che poi alla sepoltura in San Piero in Vincola pose, con dire: "Lieva oggi questo, e spiana qui, e pulisci qua"; di maniera che senza che colui se n'avvedessi, gli fé fare una figura. Perché finita colui maravigliosamente la guardava, disse Michele Agnolo: "E che te ne pare?" "Parmi bene - rispose colui - e v'ho grande obligo" "Perché?" soggiunse Michele Agnolo. "Perché io ho ritrovato per mezzo vostro una virtú che io non sapeva d'averla". Un suo amico raccomandò a Michele Agnolo un altro pur suo amico, che aveva fatto una statua, pregandolo che gli facesse dare qualcosa piú; il che amorevolmente fece. Ma l'invidia dello amico, che richiese Michele Agnolo credendo che non lo dovesse fare, veggendo che pure l'avea fatto se ne dolse, e tal cosa fu detta a Michele Agnolo; onde rispose che gli dispiacevano gli uomini fognati: stando nella metafora della architettura, intendendo che con quegli ch'hanno due bocche mal si può praticare. Domandato da uno amico suo quel che gli paresse d'uno che aveva contrafatto di marmo figure antiche, de le piú celebrate, vantando|si lo imitatore che di gran lunga aveva superato gli antichi, rispose: "Chi va dietro altrui, mai non gli passa inanzi". Aveva non so chi pittore fatto una opera, dove era un bue che stava meglio de l'altre cose; fu domandato perché il pittore aveva fatto piú vivo quello che l'altre cose, disse: "Ogni pittore ritrae se medesimo bene". Passando da San Giovanni di Fiorenza gli fu domandato il suo parere di quelle porte, et egli rispose: "Elle sono tanto belle, che starebbono bene alle porte del Paradiso".

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Però, come nel principio dissi, il Cielo per essempio nella vita, ne' costumi e nelle opere l'ha qua giú mandato, acciò che quegli che risguardano in lui, possino imitandolo, accostarsi per fama alla eternità del nome; e per l'opere e per lo studio, alla natura; e per la virtú al Cielo, nel medesimo modo che egli alla natura et al cielo ha di continuo fatto onore. E non si maravigli alcuno che io abbia qui descritta la vita di Michelagnolo vivendo egli ancora, perché non si aspettando che e' debbia morir già mai, mi è parso conveniente far questo poco ad onore di lui, che quando bene come tutti gli altri uomini abbandoni il corpo, non si troverrà però mai alla morte delle immortalissime opere sue: la fama delle quali mentre ch'e' dura il mondo, viverà sempre gloriosissima per le bocche de gli uomini e per le penne degli scrittori, mal grado della invidia et al dispetto della morte.

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