Michelangelo Biografia pag.3      Pagine  1 - 2 - 3 - 4

Vedesi quel Ieremia, con le gambe incrocicchiate, tenersi una mano alla barba posando il gomito sopra il ginocchio, l'altra posar nel grembo et aver la testa chinata, d'una maniera che ben dimostra la malenconia, i pensieri, la cogitazione e l'amaritudine che egli ha de 'l suo popolo; cosí medesimamente due putti, che gli sono dietro; e similmente è nella prima Sibilla di sotto a lui verso la porta, nella quale, volendo esprimere la vecchiezza, oltra che egli, avviluppandola di panni, ha voluto mostrare che già i sangui sono aghiacciati dal tempo et inoltre, nel leggere, per aver la vista già logora, le fa accostare il libro alla vista accuratissimamente. Sotto questa figura è uno profeta vecchio, il quale ha una movenzia bellissima et è molto di panni abbigliato, che con una mano tiene un ruotolo di profezie e, con l'altra sollevata, voltando la testa, mostra volere parlare cose alte e grandi, e dietro ha due putti che gli tengono i libri. Seguita sotto questi una sibilla, che fa il contrario di quella sibilla che di sopra dicemmo, perché, tenendo il libro lontano, cerca vol|tare una carta mentre ella con un ginocchio sopra l'altro si ferma in sé, pensando con gravità quel che ella de' scrivere, finché un putto che gli è dietro, soffiando in uno stizzon di fuoco, gli accende la lucerna. La qual figura è di bellezza straordinaria per l'aria del viso e per la acconciatura del capo e per lo abbigliamento de' panni, oltra che ella ha le braccia nude, le quali son come l'altre parti. Fece sotto a questa sibilla un altro profeta, il qual, fermatosi cosí sopra di sé, ha preso una carta e quella con ogni intenzione et affetto legge. Dove, nello aspetto si conosce che egli si compiace tanto di quel che e' truova scritto, che pare una persona viva quando ella ha applicato molto forte i suoi pensieri a qualche cosa. Similmente pose sopra la porta della cappella un vecchio, il quale, cercando per il libro scritto d'una cosa che egli non truova, sta con una gamba alta e l'altra bassa e, mentre che la furia del cercare quel ch'e' non truova lo fa stare cosí, non si ricorda del disagio che egli in cosí fatta positura patisce. Questa figura è di bellissimo aspetto per la vecchiezza, et è di forma alquanto grossa et ha un panno con poche pieghe, che è bellissimo, oltra che e' vi è un'altra sibilla che, voltando in verso l'altare da l'altra banda col mostrare alcune scritte, non è meno da lodare coi suoi putti che si siano l'altre. Ma chi considererà quel profeta che gli è di sopra, il quale, stando molto fisso ne' suoi pensieri, ha le gambe sopraposte l'una a l'altra e tiene una mano dentro al libro per segno del dove egli leggeva, ha posato l'altro braccio col gomito sopra il libro et appoggiato la gota alla mano, chiamato da un di quei putti che egli ha dietro, volge solamente la testa senza sconciarsi niente del resto, vedrà tratti veramente tolti da la natura stessa, vera madre dell'arte, e vedrà una figura che tutta bene stu|diata può insegnare largamente tutti i precetti del buon pittore. Sopra a questo profeta è una vecchia bellissima che, mentre che ella siede, studia in un libro con una eccessiva grazia, e non senza belle attitudini di due putti che le sono intorno. Né si può pensare di imaginarsi di potere aggiugnere alla eccellenzia della figura di un giovane fatto per Daniello, il quale, scrivendo in un gran libro, cava di certe scritte alcune cose e le copia con una avidità incredibile. E per sostenimento di quel peso gli fece un putto fra le gambe, che lo regge mentre che egli scrive, il che non potrà mai paragonare pennello tenuto da qualsivoglia mano; cosí come la bellissima figura della Libica, la quale, avendo scritto un gran volume tratto da molti libri, sta con una attitudine donnesca per levarsi in piedi, et in un medesimo tempo mostra volere alzarsi e serrare il libro: cosa difficilissima per non dire impossibile ad ogni altro ch'al suo maestro.

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Che si può egli dire de le quattro storie de' canti, ne' peducci di quella volta? Dove nell'una Davit, con quella forza puerile che piú si può, nella vincita d'un gigante spiccandoli il collo, fa stupire alcune teste di soldati, che sono intorno al campo; come fanno ancora maravigliare altrui le bellissime attitudini che egli fece nella storia di Iudit, nell'altro canto, nella quale apparisce il tronco di Oloferne che, privo de la testa, si risente, mentre che ella mette la morta testa in una cesta, in capo a una sua fantesca vecchia, la quale, per esser grande di persona, si china acciò che Iudit la possa aggiugnere per acconciarla bene; e mentre che ella tenendo le mani al peso cerca di ricoprirla, e voltando la testa in verso il tronco, il quale cosí morto nello alzare una gamba et un braccio fa romore dentro nel padiglione, mostra nella vista il timore del campo e la paura del morto: pit|tura veramente consideratissima. Ma piú bella e piú divina di queste e di tutte l'altre ancora è la storia delle serpi di Mosè, la quale è sopra il sinistro canto dello altare, con ciò sia che in lei si vede la strage che fa de' morti, il piovere, il pugnere et il mordere delle serpi, e vi apparisce quella che Mosè messe di bronzo sopra il legno; nella quale storia vivamente si conosce la diversità delle morti che fanno coloro che privi sono d'ogni speranza per il morso di quelle. Dove si vede il veleno atrocissimo far di spasimo e di paura morire infiniti, senza il legare le gambe et avvolgere a le braccia coloro che rimasti in quell'attitudine ch'egli erano non si possono muovere; senza le bellissime teste che gridano et arrovesciate si disperano. Né manco belli di tutti questi sono coloro che, riguardato il serpente, sentendosi nel riguardarlo alleggerire il dolore e rendere la vita, lo riguardono con affetto grandissimo, fra i quali si vede una femmina che è sostenuta da uno d'una maniera, che e' si conosce non meno l'aiuto che le è porto da chi la regge, che il bisogno di lei in sí subita paura e puntura. Similmente nell'altra, dove Assuero, essendo in letto, legge i suoi annali, son figure molto belle, e tra l'altre vi si veggono tre figure a una tavola, che mangiano, nelle quali rappresenta il consiglio che si fece di liberare il popolo ebreo e di appiccare Aman; la qual figura fu da lui in scorto straordinariamente condotta, avvenga che finse il tronco che regge, la persona di colui e quel braccio che viene inanzi non dipinti, ma vivi e rilevati in fuori, cosí con quella gamba che manda inanzi e simile parti che vanno dentro; figura certamente fra le difficili e belle bellissima e difficilissima. Né si può dire la diversità delle cose, come panni, arie di teste et infinità di capricci straordinari e nuovi e bellissimamente con|siderati. Dove non è cosa che con ingegno non sia messa in atto; e tutte le figure che vi sono sono di scorti bellissimi et artifiziosi, et ogni cosa che si ammira è lodatissima e divina. Ma chi non ammirerà e non resterà smarrito veggendo la terribilità de l'Iona, ultima figura della cappella? Dove con la forza della arte la volta, che per natura viene innanzi girata dalla muraglia, sospinta dalla apparenza di quella figura che si piega in dietro, apparisce diritta e vinta da l'arte del disegno, ombre e lumi, pare che veramente si pieghi in dietro.

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O veramente felice età nostra, o beati artefici, che ben cosí vi dovete chiamare, da che nel tempo vostro avete potuto al fonte di tanta chiarezza rischiarare le tenebrose luci degli occhi e vedere fattovi piano tutto quel ch'era difficile da sí maraviglioso e singulare artefice: certamente la gloria delle fatiche sue vi fa conoscere et onorare, da che ha tolto da voi quella benda che avevate inanzi gli occhi della mente, sí di tenebre piena, e v'ha scoperto il velo del falso, il quale v'adombrava le bellissime stanze dell'intelletto. Ringraziate di ciò dunque il cielo e sforzatevi d'imitar Michele Agnolo in tutte le cose. Sentissi nel discoprirla correre tutto il mondo d'ogni parte, e questo bastò per fare rimanere le persone trasecolate e mutole; laonde il papa, di tal cosa ingrandito e dato animo a sé di far maggiore impresa, con danari e ricchi doni rimunerò molto Michele Agnolo. Di che egli alla sepoltura ritornato, quella di continuo lavorando e parte mettendo in ordine disegni da potere condurre le facciate della cappella, volse la fortuna invidiosa che di tal memoria non si lasciasse quel fine che di tanta perfezzione aveva avuto principio: perché successe in quel tempo la morte di Papa Giulio, onde tal cosa si mise in abbandono per la creazione di Papa | Leon X il quale d'animo e di valore non meno splendido che Giulio, aveva desiderio di lasciare nella patria sua per essere stato il primo pontefice di quella, in memoria di sé e d'uno artefice sí divino e suo cittadino, quelle maraviglie che un grandissimo principe come esso poteva fare. Per il che, dato ordine che la facciata di San Lorenzo di Fiorenza, chiesa dalla casa de' Medici fabbricata, si facesse per lui, fu cagione che il lavoro della sepoltura di Giulio rimase imperfetto per un tempo.

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Onde vari et infiniti furono i ragionamenti che circa ciò seguirono; perché tale opera averebbono voluto compartire in piú persone, e per l'architettura concorsero molti artefici a Roma al papa, e fecero disegni Baccio d'Agnolo, Antonio da San Gallo, Andrea Sansovino, il grazioso Raffaello da Urbino, il quale, nella venuta del papa, fu poi condotto a Fiorenza per tale effetto. Laonde Michele Agnolo si risolse di fare un modello, e non volere altro che lui in tal cosa, superiore o guida dell'architettura. Ma questo non volere aiuto fu cagione che né egli né altri operasse, e che quei maestri disperati a i loro soliti esercizi si ritornassero. E Michele Agnolo, andando a Carrara, passò da Fiorenza, con una commissione che da Iacopo Salviati gli fossero pagati mille scudi. Ma essendo nella giunta sua serrato Iacopo in camera per faccende con alcuni cittadini, Michele Agnolo non volle aspettare l'udienza, ma si partí senza far motto e subito andò a Carrara. Intese Iacopo de lo arrivo di Michele Agnolo, e non lo ritrovando in Fiorenza gli mandò i mille scudi a Carrara. Voleva il mandato che gli facesse la riceuta, al quale disse che erano per la spesa del papa e non per interesso suo, che gli riportasse che non usava far quitanza, né recevute per altri; onde per tema colui se ne ritornò sen|za a Iacopo.

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Fece Michele Agnolo ancora per il palazzo de' Medici un modello de le finestre inginocchiate a quelle stanze che sono sul canto, dove Giovanni da Udine lavorò quella camera di stucco e dipinse, ch'è cosa lodatissima, e fecevi fare ma con suo ordine, dal Piloto orefice quelle gelosie di rame straforato che son certo cosa mirabile. Consumò Michele Agnolo quattro anni in cavar marmi; vero è che, mentre si cavavano, fece modelli di cera et altre cose per l'opera. Ma tanto si prolungò questa impresa, che i denari del papa assegnati a questo lavoro si consumarono nella guerra di Lombardia, e l'opera per la morte di Leone rimase imperfetta, perch'altro non vi si fece che il fondamento dinanzi per reggerla, e condussesi da Carrara una colonna grande di marmo su la piazza di S. Lorenzo. Spaventò la morte di Leone talmente gli artefici e le arti, et in Roma et in Fiorenza, che mentre che Adriano VI visse, Michele Agnolo s'attese alla sepoltura di Giulio. Ma morto Adriano e creato Clemente VII, il quale nelle arti della architettura, della scultura e della pittura fu non meno desideroso di lasciar fama, che Leone e gli altri suoi predecessori, chiamato Michele Agnolo e ragionando insieme di molte cose, si risolsero cominciar la sagrestia nuova di S. Lorenzo di Fiorenza. Laonde, partitosi di Roma, voltò la cupola che vi si vede, la quale di vario componimento fece lavorare, et al Piloto orefice fece fare una palla a 72 facce, ch'è bellissima. Accadde, mentre che e' la voltava, che fu domandato da alcuni suoi amici: "Michele Agnolo, voi doverrete molto variare la vostra lanterna da quella di Filippo Bruneleschi", et egli rispose loro: "Egli si può ben variare, ma migliorare no".

 

Fecevi dentro quattro sepolture, per ornamento nelle facce, per li corpi de' padri de' due papi, | Lorenzo Vecchio e Giuliano suo fratello, e per Giuliano fratel di Leone e per il Duca Lorenzo suo nipote. E perché egli la volle fare ad imitazione della sagrestia vecchia, che Filippo Brunelleschi aveva fatto, ma con altro ordine di ornamenti, vi fece dentro uno ornamento composito, nel piú vario e piú nuovo modo che per tempo alcuno gli antichi et i moderni maestri abbino potuto operare; perché nella novità di sí belle cornici, capitelli e basi, porte, tabernacoli e sepolture, fece assai diverso da quello che di misura, ordine e regola facevano gli uomini secondo il comune uso e secondo Vitruvio e le antichità, per non volere a quello aggiugnere. La quale licenza ha dato grande animo a questi che hanno veduto il far suo di mettersi a imitarlo, e nuove fantasie si sono vedute poi alla grottesca piú tosto che a ragione o regola, a' loro ornamenti. Onde gli artefici gli hanno infinito e perpetuo obligo, avendo egli rotti i lacci e le catene delle cose, che per via d'una strada comune eglino di continuo operavano. Ma poi lo mostrò meglio e volse far conoscere tal cosa nella libreria di S. Lorenzo nel medesimo luogo, nel bel partimento delle finestre, nel ribattimento del palco e nella maravigliosa entrata di quel ricetto. Né si vide mai grazia piú risoluta nelle mensole, ne' tabernacoli e nelle cornici straordinaria, né scala piú commoda: nella quale fece tanto bizzarre rotture di scaglioni e variò tanto da la comune usanza degli altri, che ognuno se ne stupí. Mandò in questo tempo Pietro Urbano pistolese suo creato a Roma a mettere in opra un Cristo ignudo che tiene la croce, il quale è una figura miracolosissima, che fu posto nella Minerva allato alla cappella maggiore per Messer Antonio Metelli. Seguitò in detta sagrestia l'opera; et in quella restò par|te finite e parte no VII statue, nelle quali con le invenzioni della architettura delle sepolture è forza confessare che egli abbia avanzato ogni uomo in queste tre professioni. Di che ne rendono ancora testimonio quelle statue, che da lui furono abbozzate e finite di marmo che in tal luogo si veggono: l'una è la Nostra Donna, la quale nella sua attitudine sedendo manda la gamba ritta addosso alla manca con posar ginocchio sopra ginocchio, et il putto inforcando le cosce in su quella che è piú alta, si storce con attitudine bellissima in verso la Madre chiedendo il latte, et ella con tenerlo con una mano e con l'altra appoggiandosi si piega per dargliene. Ancora che non siano finite le parti sue, si conosce nell'esser rimasta abozzata e gradinata nella imperfezzione della bozza la perfezzione dell'opra. Ma molto piú fece stupire ciascuno che considerando nel far le sepolture del Duca Giuliano e del Duca Lorenzo de' Medici egli pensassi che non solo la terra fussi per la grandezza loro bastante a dar loro onorata sepoltura, ma volse che tutte le parti del mondo vi fossero, e che gli mettessero in mezzo e coprissero il lor sepolcro quattro statue: a uno pose la Notte et il Giorno, a l'altro l'Aurora et il Crepuscolo; le quali statue sono con bellissime forme di attitudini et artificio di muscoli lavorate, convenienti, se l'arte perduta fosse, a ritornarla nella pristina luce. Vi son fra l'altre statue que' due capitani armati, l'uno il pensoso Duca Lorenzo nel sembiante della saviezza, con bellissime gambe talmente fatte, ch'occhio non può veder meglio. L'altro il Duca Giuliano sí fiero con una testa e gola, con incassatura d'occhi, profilo di naso, sfenditura di bocca e capegli sí divini, mani, braccia, ginocchia e piedi; et insomma tutto quello che quivi fece è da fare che gli occhi né stan|care né saziare vi si possono già mai. Veramente chi risguarda la bellezza de' calzari e della corazza, celeste lo crede e non mortale. Ma che dirò io de la Aurora femmina ignuda e da fare uscire il maninconico dell'animo e smarrire lo stile alla scultura? Nella quale attitudine si conosce il suo sollecito levarsi sonnacchiosa, svilupparsi da le piume, perché par che, nel destarsi, ella abbia trovato serrati gl'occhi a quel gran duca. Onde si storce con amaritudine, dolendosi nella sua continovata bellezza in segno del gran dolore. E che potrò io dire della Notte, statua unica o rara? Chi è quello che abbia per alcun secolo in tale arte veduto mai statue antiche o moderne cosí fatte? Conoscendosi non solo la quiete di chi dorme, ma il dolore e la maninconia di chi perde cosa onorata e grande. Credasi pure che questa sia quella notte la quale oscuri tutti coloro che per alcun tempo nella scultura e nel disegno pensano, non dico di passarlo, ma di paragonarlo già mai. Nella qual figura, quella sonnolenzia si scorge che nelle imagini addormentate si vede. Perché da persone dottissime furono in lode sua fatti molti versi latini e rime volgari come questi, de' quali non si sa lo autore:

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La Notte che tu vedi in sí dolci atti

Dormir, fu da uno angelo scolpita

In questo sasso; e perché dorme, ha vita:

Destala se no 'l credi, e parleratti.

  A' quali in persona della Notte rispose Michele Agnolo cosí:

  Grato mi è il sonno, e piú l'esser di sasso

Mentre che il danno e la vergogna dura,

Non veder, non sentir mi è gran ventura:

Però non mi destar, deh parla basso. |

 

  E certo se la inimicizia ch'è tra la fortuna e la virtú, e la bontà d'una e la invidia dell'altra avesse lasciato condurre tal cosa a fine, poteva mostrare l'arte alla natura, ch'ella di gran lunga in ogni pensiero l'avanzava. Lavorando egli con sollecitudine e con amore grandissimo tali opere, venne lo impedimento dello assedio di Fiorenza, l'anno MDXXX; il quale fu cagione che poco o nulla egli piú vi lavorasse, avendogli i cittadini dato la cura di fortificare la terra. Con ciò sia che, avendo egli prestato a quella republica mille scudi e trovandosi de' Nove della milizia, uficio deputato sopra la guerra, volse tutto il pensiero e lo animo suo a fortificare il poggio di San Miniato, in su il quale fece fare i bastioni con tanta diligenzia, che altrimenti non si farebbono da chi gli volesse piú là che eterni. Bene è vero che, stringendosi poi ogni giorno piú le cose dello assedio, per sicurtà della sua persona, egli pur finalmente si risolvé a partirsi di Fiorenza et andarsene a Vinegia. E per questo segretamente, che nessuno lo sapesse, fece provisione, menandone seco Antonio Mini suo creato e 'l Piloto orefice amico fido suo, e con essi portarono sul dosso uno imbottito per uno di scudi ne' giubboni. Et a Ferrara condotti, riposandosi, avvenne che per gli sospetti della guerra e per la lega dello imperatore e del papa, ch'erano intorno a Fiorenza, il Duca Alfonso da Este teneva ordini in Ferrara e voleva sapere secretamente da gli osti che alloggiavano, i nomi di tutti coloro che ogni dí alloggiavano, e la lista de' forestieri, di che nazione si fossero, ogni dí si faceva portare. Avvenne dunque che, essendo Michele Agnolo quivi con li suoi scavalcato, fu ciò per questa via noto al duca, perché egli, il quale fu principe di grande animo e mentre ch'e' visse si dilettò continuamente delle virtú, man|dò subito alcuni de' primi della sua corte che per parte di Sua Eccellenzia in palazzo e dove era il duca lo conducessero, et i cavalli et ogni sua cosa levassero e bonissimo alloggiamento in palazzo gli dessero. Michele Agnolo, trovandosi in forza altrui, fu costretto ubbidire e, quel che vendere non poteva, donare, et al duca con coloro andò senza levare le robbe de l'osteria. Perché, fattogli il duca accoglienze grandissime et appresso di ricchi et onorevoli doni, volse con buona provisione in Ferrara fermarlo, ma egli, non avendo a ciò l'animo intento, non vi volle restare. E pregatolo almeno che mentre la guerra durava non si partisse, il duca di nuovo gli fece offerte di tutto quello ch'era in poter suo. Onde Michele Agnolo, non volendo essere vinto di cortesia, lo ringraziò molto, e voltandosi verso i suoi due disse che aveva portato in Ferrara XII mila scudi, e che se gli bisognavano erano al piacer suo insieme con esso lui. Il duca lo menò a spasso per il palazzo, e quivi gli mostrò ciò ch'aveva di bello fino a un suo ritratto di mano di Tiziano, il quale fu da lui molto commendato. Né però lo poté mai fermare in palazzo, perché egli alla osteria volse ritornare, onde l'oste che lo alloggiava ebbe sotto mano dal duca infinite cose da fargli onore e commissione alla partita sua di non pigliare nulla del suo alloggio. Indi si condusse a Vinegia, dove, desiderando di conoscerlo molti gentiluomini, egli che sempre ebbe poca fantasia che di tale esercizio s'intendessero, si partí di Vinegia e si ritrasse ad abitare alla Giudecca.  

 

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