Michelangelo Biografia pag.2      Pagine  1 - 2 - 3 - 4

Gli fu scritto di Fiorenza d'alcuni amici suoi che venisse, perché non era fuor di proposito che di quel marmo ch'era nell'opera guasto, egli, come già n'ebbe volontà ne cavasse una figura, il quale marmo Pier Soderini, già Gonfaloniere in quella città, ragionò di dare a Lionardo da Vinci: et era di nove braccia bellissimo, nel quale per mala sorte un maestro Simone da Fiesole aveva cominciato un gigante. E sí mal concia era quella opera, che lo aveva bucato fra le gambe e tutto mal condotto e storpiato, di modo che gli operai di Santa Maria del Fiore, che sopra tal cosa erano, senza curar di finirlo, per morto l'avevano posto in abbandono e già molti anni era cosí stato et era tuttavia per istare. Squadrollo | Michele Agnolo un giorno et, esaminando potersi una ragionevole figura di quel sasso cavare, accomodandosi al sasso ch'era rimaso storpiato da maestro Simone, si risolse di chiederlo a gli operai, da i quali per cosa inutile gli fu conceduto, pensando che ogni cosa che se ne facesse, fosse migliore che lo essere nel quale allora si ritrovava, perché né spezzato né in quel modo concio, utile alcuno alla fabbrica non faceva. Laonde Michele Agnolo, fatto un modello di cera, finse in quello per la insegna del palazzo un Davit giovane, con una frombola in mano, acciò che, sí come egli aveva difeso il suo popolo e governatolo con giustizia, cosí chi governava quella città dovesse animosamente difenderla e giustamente governarla. E lo cominciò nell'opera di Santa Maria del Fiore, nella quale fece una turata fra muro e tavole et il marmo circondato e, quello di continuo lavorando senza che nessuno il vedesse, a ultima perfezzione lo condusse. E perché il marmo già da maestro Simone storpiato e guasto non era in alcuni luoghi tanto ch'alla volontà di Michele Agnolo bastasse, per quel che averebbe voluto fare, egli fece che rimasero in esso delle prime scarpellate di maestro Simone, nella estremità del marmo, delle quali ancora se ne vede alcuna. E certo fu miracolo quello di Michele Agnolo far risuscitare uno ch'era tenuto per morto.

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Era questa statua, quando finita fu, ridotta in tal termine, che varie furono le dispute che si fecero per condurla in piazza de' Signori. Perché Giuliano da San Gallo et Antonio suo fratello fecero un castello di legname fortissimo e quella figura coi canapi sospesero a quello, acciò che, scotendosi, non si troncasse, anzi venisse crollandosi sempre, e con le travi per terra piane, con argani la tirorono e la misero in opra, et egli, | quando ella fu murata e finita, la discoperse, e veramente che questa opera ha tolto il grido a tutte le statue moderne et antiche, o greche o latine che elle si fossero, e si può dire che né 'l Marforio di Roma né il Tevere o 'l Nilo di Belvedere né i giganti di Monte Cavallo le sian simili in conto alcuno, con tanta misura e bellezza e con tanta bontà la finí Michel Agnolo. Perché in essa sono contorni di gambe bellissime et appiccature e sveltezza di fianchi divine; né mai piú s'è veduto un posamento sí dolce né grazia che tal cosa pareggi, né piedi, né mani, né testa che a ogni suo membro di bontà d'artificio e di parità, né di disegno s'accordi tanto. E certo chi vede questa non dee curarsi di vedere altra opera di scultura fatta nei nostri tempi o ne gli altri da qualsivoglia artefice. N'ebbe Michel Agnolo da Pier Soderini per sua mercede scudi DCCC e fu rizzata l'anno MDIIII, e per la fama, che per questo acquistò nella scultura, fece al sopradetto Gonfalonieri un David di bronzo bellissimo, il quale egli mandò in Francia; et ancora in questo tempo abbozzò e non finí due tondi di marmo, uno a Taddeo Taddei, oggi in casa sua, et a Bartolomeo Pitti ne cominciò uno altro, il quale da fra' Miniato Pitti di Monte Oliveto, intendente in molte scienze e particularmente nella pittura, fu donato a Luigi Guicciardini che gli era grande amico; le quali opere furono tenute egregie e mirabili. Et in questo tempo ancora bozzò una statua di marmo di San Matteo nell'opera di Santa Maria del Fiore.

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Avvenne che, dipignendo Lionardo da Vinci pittor rarissimo nella sala grande del Consiglio, come nella vita sua è narrato, Piero Soderini, allora Gonfaloniere, per la gran virtú che egli vide in Michele Agnolo, gli fece allogazione d'una parte di quella sala: onde fu cagio|ne che egli facesse a concorrenza di Lionardo l'altra facciata, nella quale egli prese per subietto la guerra di Pisa. Per il che Michele Agnolo ebbe una stanza nello spedale de' Tintori a Santo Onofrio, e quivi cominciò un grandissimo cartone, né però volse mai ch'altri lo vedesse. E lo empié d'ignudi che, bagnandosi per lo caldo nel fiume d'Arno, in quello istante si dava all'arme nel campo, fingendo che gli inimici li assalissero; e mentre che fuor dell'acque uscivano per vestirsi i soldati, si vedeva dalle divine mani di Michele Agnolo disegnato chi tirava su uno, e chi calzandosi affrettava lo armarsi per dare aiuto a' compagni; altri affibbiarsi la corazza, e molti mettersi altre armi indosso, et infiniti, combattendo a cavallo, cominciare la zuffa. Eravi fra l'altre figure un vecchio che aveva in testa per farsi ombra una ghirlanda d'ellera, il quale, postosi a sedere per mettersi le calze che non potevano entrargli per avere le gambe umide dell'acqua, e sentendo il tumulto de' soldati e le grida et i romori de' tamburini, affrettandosi tirava per forza una calza; et oltra che tutti i muscoli e nervi della figura si vedevano, faceva uno storcimento di bocca per il quale dimostrava assai quanto e' pativa e che egli si adoperava fin alle punte de' piedi. Eranvi tamborini ancora e figure che coi panni avvolti ignudi correvano verso la baruffa; e di stravaganti attitudini si scorgeva chi ritto e chi ginocchioni o piegato o sospeso a giacere, et in aria attaccati con iscorti difficili. V'erano ancora molte figure aggruppate et in varie maniere bozzate, chi contornato di carbone, chi disegnato di tratti e chi sfumato e con biacca lumeggiato, volendo egli mostrare quanto sapesse in tale professione. Per il che gli artefici stupidi e morti restorono, vedendo l'estremità dell'arte in tal carta per Miche|le Agnolo mostra loro. Onde veduto sí divine figure (dicono alcuni che le videro) di man sua e d'altri ancora non s'essere mai piú veduto cosa che della divinità dell'arte nessuno altro ingegno possa arrivarla mai.

 

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E certamente è da credere, percioché dappoi che fu finito e portato alla sala del papa con gran romore dell'arte e grandissima gloria di Michele Agnolo, tutti coloro che su quel cartone studiarono e tal cosa disegnarono, come poi si seguitò molti anni in Fiorenza per forestieri e per terrazzani, diventarono persone in tale arte eccellenti, come vedemmo: poiché in tale cartone studiò Aristotile da San Gallo amico suo, Ridolfo Ghirlandaio, Francesco Granaccio, Baccio Bandinello et Alonso Berugotta spagnuolo; seguitò Andrea del Sarto, il Francia Bigio, Iacopo Sansovino, il Rosso, Maturino, Lorenzetto, e 'l Tribolo allora fanciullo, Iacopo da Pontormo e Perin del Vaga, i quali tutti ottimi maestri fiorentini furono e sono. Per il che, essendo questo cartone diventato uno studio di artefici, fu condotto in casa Medici nella sala grande di sopra, e tal cosa fu cagione che egli troppo a securtà nelle mani de gli artefici fu messo: perché nella infermità del Duca Giuliano, mentre nessuno badava a tal cosa, fu da loro stracciato, et in molti pezzi diviso, talché in molti luoghi se n'è sparto, come ne fanno fede alcuni pezzi che si veggono ancora in Mantova in casa Messer Uberto Strozzi gentiluomo mantovano, i quali con riverenza grande son tenuti. E certo che a vedere e' sono piú tosto cosa divina che umana.

 

Era talmente la fama di Michele Agnolo per la Pietà fatta, per il gigante di Fiorenza e per il cartone nota, che Giulio II Pontefice deliberò fargli fare la sepoltura e, fattolo venire di Fio|renza, fu a parlamento con esso e stabilirono insieme di fare una opera per memoria del papa e per testimonio della virtú di Michele Agnolo, la quale di bellezza, di superbia e d'invenzione passasse ogni antica imperiale sepoltura. La quale egli con grande animo cominciò, et andò a Carrara a cavar marmi e quegli a Fiorenza et a Roma condusse; e per tal cosa fece un modello tutto pieno di figure et addorno di cose difficili. E perché tale opera da ogni banda si potesse vedere, la cominciò isolata, e della opera del quadro, delle cornici e simili, ciò è dell'architettura de gli ornamenti, la quarta parte con sollecitudine finita. Cominciò in questo mezzo alcune Vittorie ignude, che hanno sotto prigioni, et infinite provincie legate ad alcuni termini di marmo, i quali vi andavano per reggimento; e ne abbozzò una parte figurando i prigioni in varie attitudini a quelli legati, de i quali ancora sono a Roma in casa sua per finiti quattro prigioni. E similmente finí un Moisè di cinque braccia di marmo, alla quale statua non sarà mai cosa moderna alcuna che possa arrivare di bellezza, e de le antiche ancora si può dire il medesimo, avvenga che egli con gravissima attitudine sedendo, posa un braccio in su le tavole che egli tiene con una mano e con l'altra si tiene la barba, la quale nel marmo svellata e lunga, condotta di sorte, che i capegli, dove ha tanta difficultà la scultura, son condotti sottilissimamente piumosi, morbidi e sfilati d'una maniera, che pare impossibile che il ferro sia diventato pennello; et inoltre alla bellezza della faccia, che ha certo aria di vero santo e terribilissimo principe, pare che mentre lo guardi abbia voglia di chiederli il velo per coprirgli la faccia, tanto splendida e tanto lucida appare altrui. Et ha sí bene ritratto nel marmo la divinità che Dio aveva messo | nel sacratissimo volto di quello, oltre che vi sono i panni straforati e finiti con bellissimo girar di lembi, e le braccia di muscoli, e le mani di ossature e nervi sono a tanta bellezza e perfezzione condotte, e le gambe appresso, e le ginocchia, et i piedi sono di sí fatti calzari accomodati, et è finito talmente ogni lavoro suo, che Moisè può piú oggi che mai chiamarsi amico di Dio, poiché tanto inanzi a gli altri ha voluto metter insieme e preparargli il corpo per la sua resurressione, per le mani di Michelagnolo; e seguitino gli Ebrei di andar, come fanno ogni sabato, a schiera, e maschi e femmine, come gli storni a visitarlo et adorarlo: che non cosa umana, ma divina adoreranno. Questa sepoltura è poi stata scoperta al tempo di Paulo III e finita col mezzo della liberalità di Francesco Maria Duca d'Urbino.

 

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Venne in questo mezzo volontà al papa, che aveva ripresa Bologna e cacciatone fuora i Bentivogli, di far fare una statua di bronzo per quella memoria; e mentre che Michele Agnolo lavorava la sepoltura, fu fatto lasciare stare, e mandato a Bologna per la statua, dove fece una statua di bronzo a similitudine di Papa Giulio, cinque braccia d'altezza, nella quale usò arte bellissima nella attitudine, perché nel tutto aveva maestà e grandezza, e ne' panni mostrava ricchezza e magnificenzia, e nel viso animo, forza, prontezza e terribilità. Questa fu posta in una nicchia, sopra la porta di San Petronio. Dicesi che, mentre Michele Agnolo la lavorava, vi capitò il Francia orefice e pittore per volerla vedere, avendo tanto sentito de le lodi e de la fama di lui e delle opere sue, e non avendone veduto alcuna. Furono adunque messi mezzani, perché vedesse questa, e n'ebbe grazia. Onde, veggendo egli l'artificio di Michele Agnolo, stupí. Per il che fu da lui domandato | che gli pareva di quella figura. Rispose il Francia che era un bellissimo getto. Intese Michele Agnolo che e' lodasse piú il bronzo che l'artificio, perché sdegnato e con collera gli rispose: "Va' al bordello tu e 'l Cossa, che siete due solennissimi goffi nell'arte". Talché il povero Francia si tenne vituperatissimo in presenza di quegli che erano quivi. Dicesi che la Signoria di Bologna andò a vedere tale statua, la quale parve loro molto terribile e brava. Per il che volti a Michele Agnolo gli dissero che l'aveva fatta in attitudine sí minacciosa, che pareva che desse loro la maledizzione, e non la benedizzione. Onde Michele Agnolo ridendo rispose: "Per la maledizzione è fatta". L'ebbero a male quei signori, ma il papa, intendendo il tratto di Michele Agnolo, gli donò di piú trecento scudi. Questa statua fu poi ruinata da' Bentivogli, e 'l bronzo di quella venduto al Duca Alfonso di Ferrara che ne fece una artiglieria, oggi chiamata la Giulia: salvo la testa, la quale ancora si trova ne la sua guarda roba.

 

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Era già ritornato il papa in Roma e, mosso dall'amore che portava alla memoria del zio, sendo la volta della cappella di Sisto non dipinta, ordinò che ella si dipignesse. E si stimava per l'amicizia e parentela che era fra Raffaello e Bramante ch'ella non si dovesse allogare a Michelangelo. Ma pure per commissione del papa et ordine di Giulian da San Gallo fu mandato a Bologna per esso e, venuto che e' fu, ordinò il papa che tal cappella facesse e tutte le facciate con la volta si rifacessero. E per prezzo d'ogni cosa vi misero il numero di XV mila ducati. Per il che, sforzato Michele Agnolo dalla grandezza della impresa, si risolse di volere pigliare aiuto, e mandato per uomini e deliberato mostrare in tal cosa che quei che prima v'avevano dipinto dovevano essere prigioni delle fati|che sue, volse ancora mostrare a gli artefici moderni come si disegna e dipigne. Laonde il suggetto della cosa lo spinse andare tanto alto per la fama e per la salute dell'arte, che cominciò i cartoni a quella e, volendola colorire a fresco e non avendo fatto piú, fece venire da Fiorenza alcuni amici suoi pittori, perché a tal cosa gli porgessero aiuto et ancora per vedere il modo del lavorare a fresco da loro, nel quale v'erano alcuni pratichi molto, i quali si condussero a Roma e furono il Granaccio, Giulian Bugiardini, Iacopo di Sandro, l'Indaco Vecchio, Agnolo di Domenico et Aristotile e, dato principio all'opera, fece loro cominciare alcune cose per saggio. Ma veduto le fatiche loro molto lontane da 'l desiderio suo e non sodisfacendogli, una mattina si risolse di gettare a terra ogni cosa che avevano fatto. E rinchiusosi nella cappella non volse mai aprir loro, né manco in casa, dove era, da essi si lasciò vedere. E cosí dalla beffa, la quale pareva loro che troppo durasse, presero partito, e con vergogna se ne tornarono a Fiorenza. Laonde Michele Agnolo preso ordine di far da sé tutta quella opera, a bonissimo termine la ridusse con ogni sollecitudine di fatica e di studio; né mai si lasciava vedere per non dare cagione che tal cosa s'avesse mostrare; onde ne gli animi delle genti nasceva ogni dí maggior desiderio di vederla.

 

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Era Papa Giulio molto desideroso di vedere le imprese che faceva, per il che di questa che gli era nascosa venne in grandissimo desiderio; onde volse un giorno andare a vederla e non gli fu aperto, che Michele Agnolo non avrebbe voluto mostrarla. Per la qual cosa il papa, a cui di continuo cresceva la voglia, aveva tentati piú mezzi, di maniera che Michele Agnolo di tal cosa stava in grandissima gelosia, e dubitava molto ch'al|cuni manovali o suoi garzoni non lo tradissero, corrotti dal premio, come e' fecero. E per assicurarsi de' suoi, comandandoli che a nessuno aprissero se ben fosse il papa, et essi promettendogliene, finse che voleva stare alcuni dí fuor di Roma e, replicato il comandamento, lasciò loro la chiave. Ma partito da essi, si serrò nella cappella al lavoro, onde subitamente fu fatto ciò intendere al papa, perché, essendo fuori Michele Agnolo, pareva loro tempo comodo che Sua Santità venisse a piacer suo, aspettandone una bonissima mancia. Il papa, andato per entrar nella cappella, fu il primo che la testa ponesse dentro, et appena ebbe fatto un passo, che da l'ultimo ponte su 'l primo palco cominciò Michele Agnolo a gettar tavole. Per il che il papa vedutolo e, sapendo la natura sua, con non meno collera che paura, si mise in fuga minacciandolo molto. Michele Agnolo per una finestra della cappella si partí e, trovato Bramante da Urbino, gli lasciò la chiave dell'Opera, et in poste se ne tornò a Fiorenza, pensando che Bramante rappaceficasse il papa, parendogli invero aver fatto male.

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Arrivato dunque a Fiorenza, et avendo sentito mormorare il papa in quella maniera, aveva fatto disegno di non tornare piú a Roma. Ma per gli preghi di Bramante e d'altri amici, passato la collera al papa e non volendo egli che tanta opera rimanesse imperfetta, scrisse a Pier Soderini allora Gonfaloniere in Fiorenza che Michele Agnolo a' suoi piedi rimandasse, perché gli avea perdonato. Fu fatto da Piero a Michele Agnolo saper questo, ma egli era fermato di non ritornarci, non si fidando del papa. Onde Pietro deliberò mandarlo come ambasciadore per piú securezza sua, et egli con questa buona sicurtà, alla fine pur si condusse al papa. Era il Reverendissimo Cardinale di Volterra fratello di Pier Soderini, per il che | gli fu inviato da Piero e raccomandato ch'al papa lo introducesse. Onde nella giunta di Michele Agnolo, sentendosi il cardinale indisposto, mandò un suo vescovo di casa che per sua parte lo introducesse. Onde nello arrivare dinanzi al papa, che spasseggiando aveva una mazza in mano, per parte del cardinale e di Piero suo fratello gli offerse Michele Agnolo, dicendo tali uomini ignoranti essere e che egli per questo gli perdonasse. Venne collera al papa e con quel bastone rifrustò il vescovo dicendogli: "Ignorante sei tu". E volto a Michele Agnolo benedicendolo se ne rise. Cosí Michele Agnolo fu di continuo poi con doni e con carezze trattenuto dal papa, e tanto lavorò per emendare l'errore, che l'opra alla fine perfettamente condusse.

 

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La quale opera è veramente stata la lucerna che ha fatto tanto giovamento e lume all'arte della pittura, che ha bastato a illuminare il mondo per tante centinaia d'anni in tenebre stato. E nel vero non curi piú chi è pittore di vedere novità et invenzioni di attitudini, abbigliamenti addosso a figure, modi nuovi d'aria e terribilità di cose variamente dipinte, perché tutta quella perfezzione che si può dare a cosa che in tal magisterio si faccia a questa ha dato. Ma stupisca ora ogni uomo che in quella sa scorgere la bontà delle figure, la perfezzione de gli scorti, la stupendissima rotondità de i contorni, che hanno in sé grazia e sveltezza, girati con quella bella proporzione che ne i belli ignudi si vede. Ne' quali per mostrar gli stremi e la perfezzione dell'arte, ve ne fece di tutte l'età, differenti d'aria e di forma, cosí nel viso come ne' lineamenti, di aver piú sveltezza e grossezza nelle membra, come ancora si può conoscere nelle bellissime attitudini che differentemente e' fanno sedendo e girando e sostenendo alcuni festoni di fo|glie di quercia e di ghiande messe per l'arme e per l'impresa di papa Giulio. Denotando che a quel tempo et al governo suo era l'età dell'oro, per non essere allora la Italia ne' travagli e nelle miserie che ella è stata poi, e cosí in mezzo di loro tengono alcune medaglie, dentrovi storie in bozza contrafatte di bronzo e d'oro, cavate da 'l Libro de' Re. Senza che egli, per mostrare la perfezzione dell'arte e la grandezza di Dio, fece nelle storie il suo dividere la luce da le tenebre, nelle quali si vede la maestà sua che, con le braccia aperte, si sostiene sopra sé solo e mostra amore insieme et artifizio. Nella seconda fece con bellissima discrezione et ingegno quando Dio fa il sole e la luna, dove è sostenuto da molti putti e mostrasi molto terribile per lo scorto delle braccia e delle gambe. Il medesimo fece nella medesima storia quando, benedetto la terra e fatto gli animali, volando si vede in quella volta una figura che scorta, e dove tu cammini per la cappella, continuo gira, e si voltan per ogni verso; cosí nella altra quando divide l'acqua da la terra: figure bellissime et acutezze d'ingegno degne solamente d'esser fatte dalle divinissime mani di Michelagnolo. E cosí seguitò sotto a questo la creazione d'Adamo, dove ha figurato Dio portato da un gruppo di angeli ignudi e di tenera età, i quali par che sostenghino non solo una figura, ma tutto il peso del mondo, apparente tale mediante la venerabilissima maestà di quello e la maniera del moto, nel quale con un braccio cigne alcuni putti, quasi che egli si sostenga e, con l'altro, porge la mano destra a uno Adamo, figurato di bellezza, di attitudine e di dintorni di qualità che e' par fatto di nuovo dal sommo e primo suo creatore, piú tosto che dal pennello o disegno d'uno uomo tale. Poco di sotto a questa in un'altra storia fa il suo ca|var de la costa la madre nostra Eva, nella quale si vede quegli ignudi l'un quasi morto per esser prigion del sonno, e l'altra divenuta viva e fatta vigilantissima per la benedizione di Dio. Si conosce da 'l pennello di questo ingegnosissimo artefice interamente la differenza che è da 'l sonno a la vigilanzia, e quanto stabile e ferma possa apparire, umanamente parlando, la maestà divina. Seguitale di sotto come Adamo, a le persuasioni d'una figura mezza donna e mezza serpe, prende la morte sua e nostra nel pomo, e veggonvisi egli et Eva cacciati di Paradiso. Dove nella figura dell'Angelo appare con grandezza e nobiltà la esecuzione del mandato d'un Signore adirato, e nella attitudine di Adamo il dispiacere del suo peccato, insieme con la paura della morte; come nella femmina similmente si conosce la vergogna, la viltà e la voglia del raccomandarsi, mediante il suo restringersi nelle braccia, giuntar le mani a palme e mettersi il collo in seno; e nel torcere la testa in verso l'Angelo, che ella ha piú paura della iustizia che speranza della misericordia divina. Né è di minor bellezza la storia del sacrifizio di Noè, dove sono chi porta le legne e chi soffia chinato nel fuoco et altri che scannano la vittima; la quale certo non è fatta con meno considerazione et accuratezza che le altre. Usò l'arte medesima et il medesimo giudizio nella storia del Diluvio, dove appariscono diverse morti d'uomini, che, spaventati dal terrore di que' giorni, cercano il piú che possono, per diverse vie, scampo alle lor vite. Percioché, nelle teste di quelle figure, si conosce la vita esser in preda della morte, non meno che la paura, il terrore et il disprezzo d'ogni cosa; vedevisi la pietà di molti che, aiutandosi l'un l'altro tirarsi al sommo d'un sasso, cercano scampo. Tra' quali vi è uno che, abbracciato un mezzo | morto, cerca il piú che può di camparlo, che la natura non lo mostra meglio. Non si può dire quanto sia bene espressa la storia di Noè quando, inebriato dal vino, dorme scoperto, et ha presenti un figliuolo che se ne ride e due che lo ricuoprono; storia e virtú d'artefice incomparabile e da non potere essere vinta se non da se medesima. Con ciò sia che come se ella per le cose fatte insino allora avessi preso animo, risorse e dimostrossi molto maggiore ne le cinque Sibille e ne' sette profeti fatti qui di grandezza di cinque braccia l'uno e piú; dove in tutti sono attitudini varie e bellezza di panni e varietà di vestiri, e tutto insomma con invenzione e giudizio miracoloso, onde, a chi distingue gli affetti loro, appariscano divini.

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