| Michelangelo Biografia pag.2 | Pagine 1 - 2 - 3 - 4 |
Gli fu
scritto di Fiorenza d'alcuni amici suoi che venisse, perché non
era fuor di proposito che di quel marmo ch'era nell'opera guasto,
egli, come già n'ebbe volontà ne cavasse una figura, il quale
marmo Pier Soderini, già Gonfaloniere in quella città, ragionò
di dare a Lionardo da Vinci: et era di nove braccia bellissimo,
nel quale per mala sorte un maestro Simone da Fiesole aveva
cominciato un gigante. E sí mal concia era quella opera, che lo
aveva bucato fra le gambe e tutto mal condotto e storpiato, di
modo che gli operai di Santa Maria del Fiore, che sopra tal cosa
erano, senza curar di finirlo, per morto l'avevano posto in
abbandono e già molti anni era cosí stato et era tuttavia per
istare. Squadrollo | Michele Agnolo un giorno et, esaminando
potersi una ragionevole figura di quel sasso cavare,
accomodandosi al sasso ch'era rimaso storpiato da maestro Simone,
si risolse di chiederlo a gli operai, da i quali per cosa inutile
gli fu conceduto, pensando che ogni cosa che se ne facesse, fosse
migliore che lo essere nel quale allora si ritrovava, perché né
spezzato né in quel modo concio, utile alcuno alla fabbrica non
faceva. Laonde Michele Agnolo, fatto un modello di cera, finse in
quello per la insegna del palazzo un Davit giovane, con una
frombola in mano, acciò che, sí come egli aveva difeso il suo
popolo e governatolo con giustizia, cosí chi governava quella
città dovesse animosamente difenderla e giustamente governarla.
E lo cominciò nell'opera di Santa Maria del Fiore, nella quale
fece una turata fra muro e tavole et il marmo circondato e,
quello di continuo lavorando senza che nessuno il vedesse, a
ultima perfezzione lo condusse. E perché il marmo già da
maestro Simone storpiato e guasto non era in alcuni luoghi tanto
ch'alla volontà di Michele Agnolo bastasse, per quel che
averebbe voluto fare, egli fece che rimasero in esso delle prime
scarpellate di maestro Simone, nella estremità del marmo, delle
quali ancora se ne vede alcuna. E certo fu miracolo quello di
Michele Agnolo far risuscitare uno ch'era tenuto per morto.
Era
questa statua, quando finita fu, ridotta in tal termine, che
varie furono le dispute che si fecero per condurla in piazza de'
Signori. Perché Giuliano da San Gallo et Antonio suo fratello
fecero un castello di legname fortissimo e quella figura coi
canapi sospesero a quello, acciò che, scotendosi, non si
troncasse, anzi venisse crollandosi sempre, e con le travi per
terra piane, con argani la tirorono e la misero in opra, et egli,
| quando ella fu murata e finita, la discoperse, e veramente che
questa opera ha tolto il grido a tutte le statue moderne et
antiche, o greche o latine che elle si fossero, e si può dire
che né 'l Marforio di Roma né il Tevere o 'l Nilo di Belvedere
né i giganti di Monte Cavallo le sian simili in conto alcuno,
con tanta misura e bellezza e con tanta bontà la finí Michel
Agnolo. Perché in essa sono contorni di gambe bellissime et
appiccature e sveltezza di fianchi divine; né mai piú s'è
veduto un posamento sí dolce né grazia che tal cosa pareggi, né
piedi, né mani, né testa che a ogni suo membro di bontà
d'artificio e di parità, né di disegno s'accordi tanto. E certo
chi vede questa non dee curarsi di vedere altra opera di scultura
fatta nei nostri tempi o ne gli altri da qualsivoglia artefice.
N'ebbe Michel Agnolo da Pier Soderini per sua mercede scudi DCCC
e fu rizzata l'anno MDIIII, e per la fama, che per questo acquistò
nella scultura, fece al sopradetto Gonfalonieri un David di
bronzo bellissimo, il quale egli mandò in Francia; et ancora in
questo tempo abbozzò e non finí due tondi di marmo, uno a
Taddeo Taddei, oggi in casa sua, et a Bartolomeo Pitti ne cominciò
uno altro, il quale da fra' Miniato Pitti di Monte Oliveto,
intendente in molte scienze e particularmente nella pittura, fu
donato a Luigi Guicciardini che gli era grande amico; le quali
opere furono tenute egregie e mirabili. Et in questo tempo ancora
bozzò una statua di marmo di San Matteo nell'opera di Santa
Maria del Fiore.
Avvenne
che, dipignendo Lionardo da Vinci pittor rarissimo nella sala
grande del Consiglio, come nella vita sua è narrato, Piero
Soderini, allora Gonfaloniere, per la gran virtú che egli vide
in Michele Agnolo, gli fece allogazione d'una parte di quella
sala: onde fu cagio|ne che egli facesse a concorrenza di Lionardo
l'altra facciata, nella quale egli prese per subietto la guerra
di Pisa. Per il che Michele Agnolo ebbe una stanza nello spedale
de' Tintori a Santo Onofrio, e quivi cominciò un grandissimo
cartone, né però volse mai ch'altri lo vedesse. E lo empié
d'ignudi che, bagnandosi per lo caldo nel fiume d'Arno, in quello
istante si dava all'arme nel campo, fingendo che gli inimici li
assalissero; e mentre che fuor dell'acque uscivano per vestirsi i
soldati, si vedeva dalle divine mani di Michele Agnolo disegnato
chi tirava su uno, e chi calzandosi affrettava lo armarsi per
dare aiuto a' compagni; altri affibbiarsi la corazza, e molti
mettersi altre armi indosso, et infiniti, combattendo a cavallo,
cominciare la zuffa. Eravi fra l'altre figure un vecchio che
aveva in testa per farsi ombra una ghirlanda d'ellera, il quale,
postosi a sedere per mettersi le calze che non potevano entrargli
per avere le gambe umide dell'acqua, e sentendo il tumulto de'
soldati e le grida et i romori de' tamburini, affrettandosi
tirava per forza una calza; et oltra che tutti i muscoli e nervi
della figura si vedevano, faceva uno storcimento di bocca per il
quale dimostrava assai quanto e' pativa e che egli si adoperava
fin alle punte de' piedi. Eranvi tamborini ancora e figure che
coi panni avvolti ignudi correvano verso la baruffa; e di
stravaganti attitudini si scorgeva chi ritto e chi ginocchioni o
piegato o sospeso a giacere, et in aria attaccati con iscorti
difficili. V'erano ancora molte figure aggruppate et in varie
maniere bozzate, chi contornato di carbone, chi disegnato di
tratti e chi sfumato e con biacca lumeggiato, volendo egli
mostrare quanto sapesse in tale professione. Per il che gli
artefici stupidi e morti restorono, vedendo l'estremità
dell'arte in tal carta per Miche|le Agnolo mostra loro. Onde
veduto sí divine figure (dicono alcuni che le videro) di man sua
e d'altri ancora non s'essere mai piú veduto cosa che della
divinità dell'arte nessuno altro ingegno possa arrivarla mai.
959
E
certamente è da credere, percioché dappoi che fu finito e
portato alla sala del papa con gran romore dell'arte e
grandissima gloria di Michele Agnolo, tutti coloro che su quel
cartone studiarono e tal cosa disegnarono, come poi si seguitò
molti anni in Fiorenza per forestieri e per terrazzani,
diventarono persone in tale arte eccellenti, come vedemmo: poiché
in tale cartone studiò Aristotile da San Gallo amico suo,
Ridolfo Ghirlandaio, Francesco Granaccio, Baccio Bandinello et
Alonso Berugotta spagnuolo; seguitò Andrea del Sarto, il Francia
Bigio, Iacopo Sansovino, il Rosso, Maturino, Lorenzetto, e 'l
Tribolo allora fanciullo, Iacopo da Pontormo e Perin del Vaga, i
quali tutti ottimi maestri fiorentini furono e sono. Per il che,
essendo questo cartone diventato uno studio di artefici, fu
condotto in casa Medici nella sala grande di sopra, e tal cosa fu
cagione che egli troppo a securtà nelle mani de gli artefici fu
messo: perché nella infermità del Duca Giuliano, mentre nessuno
badava a tal cosa, fu da loro stracciato, et in molti pezzi
diviso, talché in molti luoghi se n'è sparto, come ne fanno
fede alcuni pezzi che si veggono ancora in Mantova in casa Messer
Uberto Strozzi gentiluomo mantovano, i quali con riverenza grande
son tenuti. E certo che a vedere e' sono piú tosto cosa divina
che umana.
Era
talmente la fama di Michele Agnolo per la Pietà fatta, per il
gigante di Fiorenza e per il cartone nota, che Giulio II
Pontefice deliberò fargli fare la sepoltura e, fattolo venire di
Fio|renza, fu a parlamento con esso e stabilirono insieme di fare
una opera per memoria del papa e per testimonio della virtú di
Michele Agnolo, la quale di bellezza, di superbia e d'invenzione
passasse ogni antica imperiale sepoltura. La quale egli con
grande animo cominciò, et andò a Carrara a cavar marmi e quegli
a Fiorenza et a Roma condusse; e per tal cosa fece un modello
tutto pieno di figure et addorno di cose difficili. E perché
tale opera da ogni banda si potesse vedere, la cominciò isolata,
e della opera del quadro, delle cornici e simili, ciò è
dell'architettura de gli ornamenti, la quarta parte con
sollecitudine finita. Cominciò in questo mezzo alcune Vittorie
ignude, che hanno sotto prigioni, et infinite provincie legate ad
alcuni termini di marmo, i quali vi andavano per reggimento; e ne
abbozzò una parte figurando i prigioni in varie attitudini a
quelli legati, de i quali ancora sono a Roma in casa sua per
finiti quattro prigioni. E similmente finí un Moisè di cinque
braccia di marmo, alla quale statua non sarà mai cosa moderna
alcuna che possa arrivare di bellezza, e de le antiche ancora si
può dire il medesimo, avvenga che egli con gravissima attitudine
sedendo, posa un braccio in su le tavole che egli tiene con una
mano e con l'altra si tiene la barba, la quale nel marmo svellata
e lunga, condotta di sorte, che i capegli, dove ha tanta
difficultà la scultura, son condotti sottilissimamente piumosi,
morbidi e sfilati d'una maniera, che pare impossibile che il
ferro sia diventato pennello; et inoltre alla bellezza della
faccia, che ha certo aria di vero santo e terribilissimo
principe, pare che mentre lo guardi abbia voglia di chiederli il
velo per coprirgli la faccia, tanto splendida e tanto lucida
appare altrui. Et ha sí bene ritratto nel marmo la divinità che
Dio aveva messo | nel sacratissimo volto di quello, oltre che vi
sono i panni straforati e finiti con bellissimo girar di lembi, e
le braccia di muscoli, e le mani di ossature e nervi sono a tanta
bellezza e perfezzione condotte, e le gambe appresso, e le
ginocchia, et i piedi sono di sí fatti calzari accomodati, et è
finito talmente ogni lavoro suo, che Moisè può piú oggi che
mai chiamarsi amico di Dio, poiché tanto inanzi a gli altri ha
voluto metter insieme e preparargli il corpo per la sua
resurressione, per le mani di Michelagnolo; e seguitino gli Ebrei
di andar, come fanno ogni sabato, a schiera, e maschi e femmine,
come gli storni a visitarlo et adorarlo: che non cosa umana, ma
divina adoreranno. Questa sepoltura è poi stata scoperta al
tempo di Paulo III e finita col mezzo della liberalità di
Francesco Maria Duca d'Urbino.
961
Venne
in questo mezzo volontà al papa, che aveva ripresa Bologna e
cacciatone fuora i Bentivogli, di far fare una statua di bronzo
per quella memoria; e mentre che Michele Agnolo lavorava la
sepoltura, fu fatto lasciare stare, e mandato a Bologna per la
statua, dove fece una statua di bronzo a similitudine di Papa
Giulio, cinque braccia d'altezza, nella quale usò arte
bellissima nella attitudine, perché nel tutto aveva maestà e
grandezza, e ne' panni mostrava ricchezza e magnificenzia, e nel
viso animo, forza, prontezza e terribilità. Questa fu posta in
una nicchia, sopra la porta di San Petronio. Dicesi che, mentre
Michele Agnolo la lavorava, vi capitò il Francia orefice e
pittore per volerla vedere, avendo tanto sentito de le lodi e de
la fama di lui e delle opere sue, e non avendone veduto alcuna.
Furono adunque messi mezzani, perché vedesse questa, e n'ebbe
grazia. Onde, veggendo egli l'artificio di Michele Agnolo, stupí.
Per il che fu da lui domandato | che gli pareva di quella figura.
Rispose il Francia che era un bellissimo getto. Intese Michele
Agnolo che e' lodasse piú il bronzo che l'artificio, perché
sdegnato e con collera gli rispose: "Va' al bordello tu e 'l
Cossa, che siete due solennissimi goffi nell'arte". Talché
il povero Francia si tenne vituperatissimo in presenza di quegli
che erano quivi. Dicesi che la Signoria di Bologna andò a vedere
tale statua, la quale parve loro molto terribile e brava. Per il
che volti a Michele Agnolo gli dissero che l'aveva fatta in
attitudine sí minacciosa, che pareva che desse loro la
maledizzione, e non la benedizzione. Onde Michele Agnolo ridendo
rispose: "Per la maledizzione è fatta". L'ebbero a
male quei signori, ma il papa, intendendo il tratto di Michele
Agnolo, gli donò di piú trecento scudi. Questa statua fu poi
ruinata da' Bentivogli, e 'l bronzo di quella venduto al Duca
Alfonso di Ferrara che ne fece una artiglieria, oggi chiamata la
Giulia: salvo la testa, la quale ancora si trova ne la sua guarda
roba.
962
Era già
ritornato il papa in Roma e, mosso dall'amore che portava alla
memoria del zio, sendo la volta della cappella di Sisto non
dipinta, ordinò che ella si dipignesse. E si stimava per
l'amicizia e parentela che era fra Raffaello e Bramante ch'ella
non si dovesse allogare a Michelangelo. Ma pure per commissione
del papa et ordine di Giulian da San Gallo fu mandato a Bologna
per esso e, venuto che e' fu, ordinò il papa che tal cappella
facesse e tutte le facciate con la volta si rifacessero. E per
prezzo d'ogni cosa vi misero il numero di XV mila ducati. Per il
che, sforzato Michele Agnolo dalla grandezza della impresa, si
risolse di volere pigliare aiuto, e mandato per uomini e
deliberato mostrare in tal cosa che quei che prima v'avevano
dipinto dovevano essere prigioni delle fati|che sue, volse ancora
mostrare a gli artefici moderni come si disegna e dipigne. Laonde
il suggetto della cosa lo spinse andare tanto alto per la fama e
per la salute dell'arte, che cominciò i cartoni a quella e,
volendola colorire a fresco e non avendo fatto piú, fece venire
da Fiorenza alcuni amici suoi pittori, perché a tal cosa gli
porgessero aiuto et ancora per vedere il modo del lavorare a
fresco da loro, nel quale v'erano alcuni pratichi molto, i quali
si condussero a Roma e furono il Granaccio, Giulian Bugiardini,
Iacopo di Sandro, l'Indaco Vecchio, Agnolo di Domenico et
Aristotile e, dato principio all'opera, fece loro cominciare
alcune cose per saggio. Ma veduto le fatiche loro molto lontane
da 'l desiderio suo e non sodisfacendogli, una mattina si risolse
di gettare a terra ogni cosa che avevano fatto. E rinchiusosi
nella cappella non volse mai aprir loro, né manco in casa, dove
era, da essi si lasciò vedere. E cosí dalla beffa, la quale
pareva loro che troppo durasse, presero partito, e con vergogna
se ne tornarono a Fiorenza. Laonde Michele Agnolo preso ordine di
far da sé tutta quella opera, a bonissimo termine la ridusse con
ogni sollecitudine di fatica e di studio; né mai si lasciava
vedere per non dare cagione che tal cosa s'avesse mostrare; onde
ne gli animi delle genti nasceva ogni dí maggior desiderio di
vederla.
963
Era
Papa Giulio molto desideroso di vedere le imprese che faceva, per
il che di questa che gli era nascosa venne in grandissimo
desiderio; onde volse un giorno andare a vederla e non gli fu
aperto, che Michele Agnolo non avrebbe voluto mostrarla. Per la
qual cosa il papa, a cui di continuo cresceva la voglia, aveva
tentati piú mezzi, di maniera che Michele Agnolo di tal cosa
stava in grandissima gelosia, e dubitava molto ch'al|cuni
manovali o suoi garzoni non lo tradissero, corrotti dal premio,
come e' fecero. E per assicurarsi de' suoi, comandandoli che a
nessuno aprissero se ben fosse il papa, et essi
promettendogliene, finse che voleva stare alcuni dí fuor di Roma
e, replicato il comandamento, lasciò loro la chiave. Ma partito
da essi, si serrò nella cappella al lavoro, onde subitamente fu
fatto ciò intendere al papa, perché, essendo fuori Michele
Agnolo, pareva loro tempo comodo che Sua Santità venisse a
piacer suo, aspettandone una bonissima mancia. Il papa, andato
per entrar nella cappella, fu il primo che la testa ponesse
dentro, et appena ebbe fatto un passo, che da l'ultimo ponte su
'l primo palco cominciò Michele Agnolo a gettar tavole. Per il
che il papa vedutolo e, sapendo la natura sua, con non meno
collera che paura, si mise in fuga minacciandolo molto. Michele
Agnolo per una finestra della cappella si partí e, trovato
Bramante da Urbino, gli lasciò la chiave dell'Opera, et in poste
se ne tornò a Fiorenza, pensando che Bramante rappaceficasse il
papa, parendogli invero aver fatto male.
Arrivato
dunque a Fiorenza, et avendo sentito mormorare il papa in quella
maniera, aveva fatto disegno di non tornare piú a Roma. Ma per
gli preghi di Bramante e d'altri amici, passato la collera al
papa e non volendo egli che tanta opera rimanesse imperfetta,
scrisse a Pier Soderini allora Gonfaloniere in Fiorenza che
Michele Agnolo a' suoi piedi rimandasse, perché gli avea
perdonato. Fu fatto da Piero a Michele Agnolo saper questo, ma
egli era fermato di non ritornarci, non si fidando del papa. Onde
Pietro deliberò mandarlo come ambasciadore per piú securezza
sua, et egli con questa buona sicurtà, alla fine pur si condusse
al papa. Era il Reverendissimo Cardinale di Volterra fratello di
Pier Soderini, per il che | gli fu inviato da Piero e
raccomandato ch'al papa lo introducesse. Onde nella giunta di
Michele Agnolo, sentendosi il cardinale indisposto, mandò un suo
vescovo di casa che per sua parte lo introducesse. Onde nello
arrivare dinanzi al papa, che spasseggiando aveva una mazza in
mano, per parte del cardinale e di Piero suo fratello gli offerse
Michele Agnolo, dicendo tali uomini ignoranti essere e che egli
per questo gli perdonasse. Venne collera al papa e con quel
bastone rifrustò il vescovo dicendogli: "Ignorante sei tu".
E volto a Michele Agnolo benedicendolo se ne rise. Cosí Michele
Agnolo fu di continuo poi con doni e con carezze trattenuto dal
papa, e tanto lavorò per emendare l'errore, che l'opra alla fine
perfettamente condusse.
965
La
quale opera è veramente stata la lucerna che ha fatto tanto
giovamento e lume all'arte della pittura, che ha bastato a
illuminare il mondo per tante centinaia d'anni in tenebre stato.
E nel vero non curi piú chi è pittore di vedere novità et
invenzioni di attitudini, abbigliamenti addosso a figure, modi
nuovi d'aria e terribilità di cose variamente dipinte, perché
tutta quella perfezzione che si può dare a cosa che in tal
magisterio si faccia a questa ha dato. Ma stupisca ora ogni uomo
che in quella sa scorgere la bontà delle figure, la perfezzione
de gli scorti, la stupendissima rotondità de i contorni, che
hanno in sé grazia e sveltezza, girati con quella bella
proporzione che ne i belli ignudi si vede. Ne' quali per mostrar
gli stremi e la perfezzione dell'arte, ve ne fece di tutte l'età,
differenti d'aria e di forma, cosí nel viso come ne' lineamenti,
di aver piú sveltezza e grossezza nelle membra, come ancora si
può conoscere nelle bellissime attitudini che differentemente e'
fanno sedendo e girando e sostenendo alcuni festoni di fo|glie di
quercia e di ghiande messe per l'arme e per l'impresa di papa
Giulio. Denotando che a quel tempo et al governo suo era l'età
dell'oro, per non essere allora la Italia ne' travagli e nelle
miserie che ella è stata poi, e cosí in mezzo di loro tengono
alcune medaglie, dentrovi storie in bozza contrafatte di bronzo e
d'oro, cavate da 'l Libro de' Re. Senza che egli, per mostrare la
perfezzione dell'arte e la grandezza di Dio, fece nelle storie il
suo dividere la luce da le tenebre, nelle quali si vede la maestà
sua che, con le braccia aperte, si sostiene sopra sé solo e
mostra amore insieme et artifizio. Nella seconda fece con
bellissima discrezione et ingegno quando Dio fa il sole e la
luna, dove è sostenuto da molti putti e mostrasi molto terribile
per lo scorto delle braccia e delle gambe. Il medesimo fece nella
medesima storia quando, benedetto la terra e fatto gli animali,
volando si vede in quella volta una figura che scorta, e dove tu
cammini per la cappella, continuo gira, e si voltan per ogni
verso; cosí nella altra quando divide l'acqua da la terra:
figure bellissime et acutezze d'ingegno degne solamente d'esser
fatte dalle divinissime mani di Michelagnolo. E cosí seguitò
sotto a questo la creazione d'Adamo, dove ha figurato Dio portato
da un gruppo di angeli ignudi e di tenera età, i quali par che
sostenghino non solo una figura, ma tutto il peso del mondo,
apparente tale mediante la venerabilissima maestà di quello e la
maniera del moto, nel quale con un braccio cigne alcuni putti,
quasi che egli si sostenga e, con l'altro, porge la mano destra a
uno Adamo, figurato di bellezza, di attitudine e di dintorni di
qualità che e' par fatto di nuovo dal sommo e primo suo
creatore, piú tosto che dal pennello o disegno d'uno uomo tale.
Poco di sotto a questa in un'altra storia fa il suo ca|var de la
costa la madre nostra Eva, nella quale si vede quegli ignudi l'un
quasi morto per esser prigion del sonno, e l'altra divenuta viva
e fatta vigilantissima per la benedizione di Dio. Si conosce da
'l pennello di questo ingegnosissimo artefice interamente la
differenza che è da 'l sonno a la vigilanzia, e quanto stabile e
ferma possa apparire, umanamente parlando, la maestà divina.
Seguitale di sotto come Adamo, a le persuasioni d'una figura
mezza donna e mezza serpe, prende la morte sua e nostra nel pomo,
e veggonvisi egli et Eva cacciati di Paradiso. Dove nella figura
dell'Angelo appare con grandezza e nobiltà la esecuzione del
mandato d'un Signore adirato, e nella attitudine di Adamo il
dispiacere del suo peccato, insieme con la paura della morte;
come nella femmina similmente si conosce la vergogna, la viltà e
la voglia del raccomandarsi, mediante il suo restringersi nelle
braccia, giuntar le mani a palme e mettersi il collo in seno; e
nel torcere la testa in verso l'Angelo, che ella ha piú paura
della iustizia che speranza della misericordia divina. Né è di
minor bellezza la storia del sacrifizio di Noè, dove sono chi
porta le legne e chi soffia chinato nel fuoco et altri che
scannano la vittima; la quale certo non è fatta con meno
considerazione et accuratezza che le altre. Usò l'arte medesima
et il medesimo giudizio nella storia del Diluvio, dove
appariscono diverse morti d'uomini, che, spaventati dal terrore
di que' giorni, cercano il piú che possono, per diverse vie,
scampo alle lor vite. Percioché, nelle teste di quelle figure,
si conosce la vita esser in preda della morte, non meno che la
paura, il terrore et il disprezzo d'ogni cosa; vedevisi la pietà
di molti che, aiutandosi l'un l'altro tirarsi al sommo d'un
sasso, cercano scampo. Tra' quali vi è uno che, abbracciato un
mezzo | morto, cerca il piú che può di camparlo, che la natura
non lo mostra meglio. Non si può dire quanto sia bene espressa
la storia di Noè quando, inebriato dal vino, dorme scoperto, et
ha presenti un figliuolo che se ne ride e due che lo ricuoprono;
storia e virtú d'artefice incomparabile e da non potere essere
vinta se non da se medesima. Con ciò sia che come se ella per le
cose fatte insino allora avessi preso animo, risorse e
dimostrossi molto maggiore ne le cinque Sibille e ne' sette
profeti fatti qui di grandezza di cinque braccia l'uno e piú;
dove in tutti sono attitudini varie e bellezza di panni e varietà
di vestiri, e tutto insomma con invenzione e giudizio miracoloso,
onde, a chi distingue gli affetti loro, appariscano divini.