Biografia di Michelangelo tratta dalle "VITE" di Giorgio Vasari

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MICHELANGELO BUONARROTI FIORENTINO

Pittore Scultore et Architetto

Mentre gli industriosi et egregii spiriti col lume del famosissimo Giotto e de gli altri seguaci suoi si sforzavano dar saggio al mondo de 'l valore che la benignità delle stelle e la proporzionata mistione degli umori aveva dato a gli ingegni loro e, desiderosi di imitare con la eccellenzia della arte la grandezza della natura, per venire il piú che e' potevano a quella somma cognizione che molti chiamano intelligenzia, universalmente, ancora che indarno si affaticavano, il benignissimo Rettor del Cielo volse clemente gli occhi a la terra e, veduta la vana infinità di tante fatiche, gli ardentissimi studii senza alcun frutto e la opinione prosuntuosa degli uomini, assai piú lontana da 'l vero che le tenebre da la luce, per cavarci di tanti errori si dispose mandare | in terra uno spirito, che universalmente in ciascheduna arte et in ogni professione fusse abile, operando per sé solo a mostrare che cosa siano le difficultà nella scienza delle linee, nella pittura, nel giudizio della scultura e nella invenzione della veramente garbata architettura. E volse oltra ciò accompagnarlo de la vera filosofia morale, con l'ornamento della dolce poesia, acciò che il mondo lo eleggesse et ammirasse per suo singularissimo specchio nella vita, nell'opere, nella santità de i costumi et in tutte l'azzioni umane, e che da noi piú tosto celeste che terrena cosa si nominasse. E perché vide che nelle azzioni di tali esercizii et in queste arti singularissime, ciò è nella pittura, nella scultura e nell'architettura, gli ingegni toscani sempre sono stati fra gli altri sommamente elevati e grandi, per essere eglino molto osservanti alle fatiche et agli studii di tutte le facultà, sopra qual si voglia gente di Italia, volse dargli Fiorenza, dignissima fra l'altre città, per patria, per colmare alfine la perfezzione in lei meritamente di tutte le virtú, per mezzo d'un suo cittadino, avendo già mostrato un principio grandissimo e maraviglioso in Cimabue, in Giotto, in Donato, in Filippo Brunelleschi et in Lionardo da Vinci, per mezzo del quale non si poteva se non credere che col tempo si dovessi scoprire un ingegno che ci mostrasse perfettissimamente (mercé della sua bontà) l'infinito del fine.

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Nacque dunque in Fiorenza l'anno MCCCCLXXIIII un figliuolo a Lodovico Simon Buonaroti, al quale pose nome al battesimo Michele Agnolo, volendo inferire costui essere cosa celeste e divina piú che mortale. E nacque nobilissimo, percioché i Simoni sono sempre stati nobili et onorevoli cittadini. Aveva Lodovico molti figliuoli perché, essendo povero e grave di famiglia, con | assai poca entrata, pose gli altri suoi figliuoli ad alcune arti, e solo si ritenne Michele Agnolo, il quale, molto da se stesso nella sua fanciullezza, attendeva a disegnare per le carte e pei muri.

Onde Lodovico, avendo amistà con Domenico Ghirlandai pittore, andatosene a la sua bottega, gli ragionò a lungo di Michele Agnolo. Perché Domenico, visto alcuni suoi fogli imbrattati, giudicò essere in lui ingegno da farsi in questa arte mirabile e valente. Onde Lodovico, raccomandatosi a Domenico de 'l carico che gli pareva avere di sí grave famiglia, senza trarne utile alcuno, si dispose lasciargli Michele Agnolo, e convennero insieme di giusto et onesto salario, che in quel tempo cosí si costumava. Prese Domenico il fanciullo per tre anni, e ne fecero una scrittura com'e' ancora oggi appare a un giornale di Domenico Ghirlandai, scritto di sua mano, e di mano di esso Lodovico Buonaroti le ricevute tempo per tempo, le quali cose si ritrovano ora appresso di Ridolfo Ghirlandaio figliuolo di Domenico sopradetto.

 

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Cresceva la virtú e la persona di Michele Agnolo di maniera che Domenico stupiva, vedendolo fare alcune cose fuor d'ordine di giovane, perché gli pareva che non solo vincesse gli altri discepoli de i quali aveva egli numero grande, ma ch'e' paragonasse in molte le cose fatte da lui come maestro. Ora advenne che, lavorando Domenico la cappella grande di Santa Maria Novella, un giorno ch'egli era fuori si mise Michele Agnolo a ritrarre di naturale il ponte con alcuni deschi, con tutte le masserizie dell'arte, et alcuni di que' giovani che lavoravano. Per il che, tornato Domenico, e visto il disegno di Michele Agnolo, disse: "Costui ne sa piú di me"; e rimase sbigottito della nuova maniera e della nuova imitazione che, dal giudizio datogli dal cielo, aveva un simil giovane in età cosí tene|ra, ch'invero era tanto quanto piú desiderar si potesse nella pratica d'uno artefice che avesse operato molti anni.

E ciò era che tutto il sapere e potere della grazia era nella natura esercitata dallo studio e dalla arte, perché in Michele Agnolo faceva ogni dí frutti piú divini che umani, come apertamente cominciò a dimostrarsi nel ritratto che e' fece d'una carta di Alberto Durero, che gli dette nome grandissimo. Imperoché, essendo venuta in Firenze una istoria del detto Alberto, quando i diavoli battono Santo Antonio, stampata in rame, Michele Agnolo la ritrasse di penna, di maniera che non era conosciuta, e quella medesima coi colori dipinse; dove, per contraffare alcune strane forme di diavoli, andava a comperar pesci che avevano scoglie bizzarre di colori, e quivi dimostrò in questa cosa tanto valore, che e' ne acquistò e credito e nome.

Teneva in quel tempo il Magnifico Lorenzo de' Medici nel suo giardino in su la piazza di San Marco, Bertoldo scultore, non tanto per custode o guardiano di molte belle anticaglie, che in quello aveva ragunate e raccolte con grande spesa, quanto perché, desiderando egli sommamente di creare una scuola di pittori e di scultori eccellenti, voleva che elli avessero per guida e per capo il sopra detto Bertoldo, che era discepolo di Donato. Et ancora che e' fosse sí vecchio che e' non potesse piú operare, era nientedimanco maestro molto pratico e molto reputato, non solo per avere diligentissimamente rinettato il getto de' pergami di Donato suo maestro, ma per molti getti ancora che egli aveva fatti in bronzo, di battaglie e di alcune altre cose piccole, nel magisterio delle quali non si trovava allora in Firenze chi lo avanzasse.

 

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Dolendosi adunque Lorenzo, che amor grandissimo portava alla pittura et alla scultura, | che ne' suoi tempi non si trovassero scultori celebrati e nobili, come si trovavano molti pittori di grandissimo pregio e fama, deliberò, come io dissi, fare una scuola; e per questo chiese a Domenico Ghirlandai che, se in bottega sua avesse de' suoi giovani che inclinati fossero a ciò, li inviasse a 'l giardino, dove egli desiderava di esercitargli e creargli in una maniera, che onorasse e lui e la città sua.

Laonde da Domenico gli furono per ottimi giovani dati fra gli altri Michele Agnolo e Francesco Granaccio; per il che, andando eglino a 'l giardino, vi trovarono che il Torrigiano, giovane de' Torrigiani, lavorava di terra certe figure tonde, che da Bertoldo gli erano state date. Michele Agnolo, vedendo questo, per emulazione alcune ne fece; dove Lorenzo, vedendo sí bello spirito, lo tenne sempre in molta aspettazione, et egli inanimito dopo alcuni giorni si mise a contrafare con un pezzo di marmo una testa antica che v'era. Onde Lorenzo, molto contento, ne fece gran festa e gli ordinò provisione, per aiutar suo padre e per crescergli animo, di cinque ducati il mese, e per rallegrarlo gli diede un mantello paonazzo, et al padre uno officio in dogana. Vero è che tutti quei giovani erano salariati, chi assai e chi poco, da la liberalità di quel magnifico e nobilissimo cittadino, e da lui, mentre ch'e' visse, furono premiati.

Era il giardino tutto pieno d'anticaglie e di eccellenti cose molto adorno, per bellezza, per studio e per piacere ragunate in quel loco. Teneva di continuo Michele Agnolo la chiave di questo loco, e molto piú sollecito che gli altri in tutte le sue azzioni, e con viva fierezza sempre pronto si mostrava.

 

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Disegnò molti mesi nel Carmino alle pitture di Masaccio, dove con tanto giudicio quelle opere ritraeva, che ne stupivano gli artefici e gli altri uomini, | di maniera che gli cresceva l'invidia insieme col nome. Dicesi che, avendo il Torrigiano contratto seco amicizia e scherzando, mosso da invidia di vederlo piú onorato di lui e piú valente nell'arte, con tanta amorevolezza gli percosse d'un pugno il naso, che rotto e schiacciatolo di mala sorte lo segnò per sempre. Lavorò costui un fanciullo di marmo in una stanza, che lo comperò poi Baldessarre de 'l Milanese, dove, contrafacendo la maniera antica, fu portato a Roma e sotterrato in una vigna, onde cavatosi e tenuto per antico, fu venduto gran prezzo. Conobbe Michele Agnolo nel suo andare a Roma ch'egli era di sua mano, benché difficilmente ogni altro lo credesse.

 

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Fece il Crocifisso di legno, ch'è in Santo Spirito di Fiorenza, posto ancora sopra il mezzo tondo dello altar maggiore. E pure in Fiorenza, nel palazzo de gli Strozzi, fece uno Ercole di marmo che fu stimato cosa mirabile, il quale fu poi da Giovan Batista della Palla condotto in Francia. Dipinse nella maniera antica una tavola a tempera d'un San Francesco con le stimite, che è locato a man sinistra nella prima cappella di San Piero a Montorio in Roma. Venne volontà ad Agnolo Doni, cittadino fiorentino amico suo, sí come quello che molto si dilettava aver cose belle, cosí d'antichi come di moderni artefici, d'avere alcuna cosa di mano di Michele Agnolo, perché gli cominciò un tondo di pittura ch'è dentrovi una Nostra Donna, la quale, inginocchiata con amendua le gambe, alza in su le braccia un putto e porgelo a Giuseppo che lo riceve. Dove Michele Agnolo fa conoscere, nello svoltare della testa della madre di Cristo e nel tenere gli occhi fissi nella somma bellezza del Figliuolo, la maravigliosa sua contentezza e lo affetto del farne parte a quel santissimo vecchio. Il quale con pari amore, tenerezza e reveren|zia lo piglia, come benissimo si scorge nel volto suo, senza molto considerarlo. Né bastando questo a Michele Agnolo per mostrar maggiormente l'arte sua esser grandissima, fece nel campo di questa opera molti ignudi appoggiati, ritti et a sedere; e con tanta diligenzia e pulitezza lavorò questa opera, che certamente delle sue pitture in tavola, ancora che poche siano, è tenuta la piú finita e la piú bella che si truovi. Finita che ella fu, la mandò a casa Agnolo coperta e, per un mandato con essa con una polizza, chiedeva settanta ducati per suo pagamento. Parve strano ad Agnolo, che era assegnata persona, spendere tanto in una pittura, se bene e' conosceva che piú valesse, e disse al mandato che bastavano XL e gliene diede, onde Michele Agnolo gli rimandò in dietro, mandandogli a dire che cento ducati o la pittura gli rimandasse in dietro. Per il che Agnolo, a cui l'opera piaceva, disse:"Io gli darò quei LXX"; et egli non fu contento, anzi per la poca fede d'Agnolo ne volle il doppio di quel che la prima volta ne aveva chiesto, per il che se Agnolo volse la pittura, fu sforzato mandargli CXL ducati.

 

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Vennegli volontà di trasferirsi a Roma, per le maraviglie ch'udiva de gli antichi, per che quivi giunto, fece nella casa de' Galli, dirimpetto al palazzo di San Giorgio, un Bacco di marmo, maggior ch'el vivo, con un satiro attorno, nel quale si conosce che egli ha voluto tenere una certa mistione di membra maravigliose, e particularmente avergli dato la sveltezza della gioventú del maschio e la carnosità e tondezza della femmina: cosa tanto mirabile, che nelle statue mostrò essere eccellente piú d'ogni altro moderno, il quale fino allora avesse lavorato. Per il che, nel suo stare a Roma acquistò tanto nello studio dell'arte, ch'era cosa incredibile vedere i pensieri alti e la maniera difficile con facilissima | facilità da lui esercitata, tanto per ispavento di quegli che non erano usi a vedere cose tali, quanto a gli usi a le buone, perché le cose che si vedevano fatte, parevano nulla a paragone de' suoi parti. Le quali cose destarono l'animo al Cardinale Rovano franzese, di lasciar per mezzo di sí raro artefice qualche degna memoria di sé in cosí famosa città, e gli fé fare una Pietà di marmo tutta tonda, la quale finita fu messa in San Pietro nella cappella della Vergine Maria della Febbre nel tempio di Marte.

Alla quale opera non pensi mai scultore né artefice raro potere aggiugnere di disegno, né di grazia, né con fatica poter mai di finitezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con arte, quanto Michele Agnolo vi fece, perché si scorge in quella tutto il valore et il potere dell'arte. Fra le cose belle che vi sono, oltra i panni divini suoi, si scorge il morto Cristo, e non si pensi alcuno di bellezza di membra e d'artifizio di corpo vedere uno ignudo tanto divino, né ancora un morto che piú simile al morto di quello paia.

Quivi è dolcissima aria di testa, et una concordanza ne' muscoli delle braccia et in quelli del corpo e delle gambe, i polsi e le vene lavorate, che invero si maraviglia lo stupore che mano d'artefice abbia potuto sí divinamente e propriamente fare in pochissimo tempo cosa sí mirabile; che certo è un miracolo che un sasso da principio, senza forma nessuna, si sia mai ridotto a quella perfezzione che la natura a fatica suol formar nella carne.

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Poté l'amore di Michele Agnolo e la fatica insieme in questa opera tanto, che quivi quello che in altra opera piú non fece lasciò il suo nome scritto a traverso una cintola che il petto della Nostra Donna soccigne, come di cosa nella quale e sodisfatto e compiaciuto s'era per se medesimo. E che è veramente tale che, come a vera figura e vi|va, disse un bellissimo spirito:

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Bellezza et onestate

E doglia e pièta in vivo marmo morte,

Deh, come voi pur fate,

Non piangete sí forte,

Che anzi tempo risveglisi da morte,

E pur, mal grado suo,

Nostro Signore e tuo

Sposo, figliuolo e padre

Unica sposa sua figliuola e madre.

 

Laonde egli n'acquistò grandissima fama. E se bene alcuni, anzi goffi che no, dicono che egli abbia fatto la Nostra Donna troppo giovane, non s'accorgono e non sanno eglino che le persone vergini senza essere contaminate si mantengono e conservano l'aria de 'l viso loro gran tempo, senza alcuna macchia, e che gli afflitti come fu Cristo fanno il contrario? Onde tal cosa accrebbe assai piú gloria e fama alla virtú sua che tutte l'altre dinanzi.

 

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